Politica

Renzi e Alfano si «pungono» da Vespa

Il segretario Pd insiste con la legge elettorale per fare pressione sull’alleato "Subito e non a maggioranza". Il vicepremier apre sul "sindaco d’Italia"

I due litiganti e il terzo che, invece di godere, trema sempre di più per la sua poltrona. Finora Renzi e Alfano si erano solo «annusati». Un unico rapido incontro da quando il sindaco di Firenze è diventato segretario del Pd, al Quirinale, alla cerimonia degli auguri. I due si erano incrociati, un semplice saluto e un «in bocca al lupo» da parte del vicepremier a Renzi. Ieri, invece, ospiti entrambi della presentazione dell’ultimo libro di Bruno Vespa a Roma, a pochi metri dal Pantheon, i due hanno dato vita a un dibattito serrato, che in alcuni momenti è sembrato quasi un confronto in stile campagna elettorale. Senza risparmiarsi stoccate, accuse, interruzioni. Con il premier Letta costretto a interrogarsi sul come far convivere nel governo due anime così diverse. Punto nodale dello scontro, manco a dirlo, la legge elettorale. Il clima era già teso prima dell’incontro. Il «flirt» di Renzi con Forza Italia ha fatto scattare lo stato di allerta tra gli alfaniani. Il ritorno al «Mattarellum», seppur corretto in chiave maggioritaria, rappresenterebbe una scure sulle potenzialità elettorali del Nuovo Centrodestra. E così Vespa ha affrontato subito il tema più scivoloso per la tenuta del governo. Alfano, da parte sua, ha provato a fare dei passi in direzione del segretario Pd, dicendosi disponibile al modello «sindaco d’Italia». Una riforma, però, che sarebbe impossibile da realizzare senza una contemporanea revisione della Costituzione in direzione presidenzialista e un conseguente allungamento dell’iter parlamentare. Ed è proprio questo il punto su cui Renzi non vuole cedere. «La legge elettorale va fatta subito - ha incalzato il sindaco di Firenze - perché sono otto anni che la politica prende in giro gli italiani». Né Matteo ha escluso potenziali accordi con le forze di opposizione. «Il Porcellum fu realizzato a colpi di maggioranza», ha spiegato, «e si trattò di un errore. Per questo io dico che ora per cambiare le regole del gioco va trovata la massima condivisione, da Fratelli d’Italia a Sel passando per Movimento 5 Stelle e Forza Italia». E per essere ancora più chiaro Renzi ha spiegato che il provvedimento dev’essere licenziato in Commissione a Montecitorio entro il 31 gennaio ed essere votato definitivamente dal Parlamento entro il 25 maggio. Che guarda caso è la data ipotizzata da Berlusconi per accorpare elezioni Europee e Politiche italiane. Da parte sua, Alfano riceve il «sostegno» del premier Enrico Letta, che al Tg3 spiega che sarebbe contrario a una riforma elettorale fatta senza l’assenso di Ncd. Renzi, ufficialmente, non intende far cadere il governo. Anzi, comunica in anteprima che presto Pd e Ncd si incontreranno per siglare un «patto di coalizione» simile a quello tedesco che ha dato il via al Merkel III. L’orizzonte temporale dovrebbe essere il 2014. Ma è sui contenuti che la trattativa rischia di arenarsi subito. Perché su ogni punto che potrebbe comporre l’agenda le divergenze restano intatte. L’unico tema sul quale Alfano e Renzi raggiungono un accordo in extremis è l’abolizione immediata del finanziamento pubblico ai partiti. Il vicepremier la invoca, pur sedendo nello stesso governo che l’ha appena approvata «a partire dal 2017». Il sindaco prima nicchia, rinfacciando al collega gli scandali che hanno travolto il Pdl, specie nel Lazio. Poi, pressato ulteriormente da Alfano, cede un attimo prima di lasciare la sala: «Ok, firmo subito. Ma tu mi sembri Grillo...». Su tutto il resto, gli accordi sembrano lontani. Partendo dal tema delle riforme. Renzi propone l’abolizione del Senato creando una Camera della Autonomie composta in maniera non elettiva, ma con i vari sindaci e presidenti di regione. Alfano gli oppone un dimezzamento del numero dei parlamentari - 300 alla Camera, 200 al Senato - che a suo dire «farebbe risparmiare ancora di più». Per non parlare del tema dei diritti. Renzi invoca le «civil partnership» alla tedesca per le coppie omosessuali, Alfano preferisce richiamare il modello tradizionale di famiglia e si prende l’applauso più convinto della sala. E ancora, la burocrazia: il vicepremier invoca il modello del «silenzio-assenso» per le autorizzazioni da parte dello Stato. Il sindaco gli replica che «non è così semplice». Conckusione su un altro argomento «pericolo», quello del lavoro. E se Alfano prova a disconoscere una riforma Fornero che Renzi gli ricorda di aver votato, è il sindaco di Firenze a mostrare i maggiori imbarazzi. Le anticipazioni sul suo «job act» che prevederebbe un superamento dell’articolo 18 non gli hanno fatto piacere. Anzi, il segretario del Pd invita a «non fare battaglie ideologiche su questo, perché non ho mai sentito un imprenditore dirmi che non assume a causa dell’articolo 18». L’impressione, insomma, è che abbia ragione Angelino quando incalza il sindaco spiegandogli che «noi il grande passo della scissione l’abbiamo fatto, ora dimostrate voi di sapervi smarcare dalla Cgil». Un’operazione che Renzi, nonostante le buone intenzioni, non è ancora sicuro di riuscire a portare a termine.

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