Politica

A Moggi una condanna dimezzata

In Appello al manager 2 anni e 4 mesi. Due anni anche a Pairetto e Mazzini Secondo l’accusa la «banda» avrebbe tentato di falsare 2 campionati di serie A

È la montagna che ha partorito il classico topolino, la conclusione del processo d'appello Calciopoli. Un'indagine strombazzata in tutto il mondo, basata su 170mila intercettazioni telefoniche, decine e decine di interrogatori di giocatori, manager, allenatori, giornalisti e moviolisti, viziata da un mare di contraddizioni ed errori investigativi, come pure ha raccontato Il Tempo nella nostra controinchiesta in due puntate, alla fine si è sgonfiata come un pallone bucato. Luciano Moggi, il gran paroliere dal telefono incandescente, è stato condannato per associazione per delinquere a due anni e quattro mesi a fronte dei tre anni e un mese richiesti dal pg Antonio Ricci in sede di requisitoria, il 29 ottobre scorso. In primo grado, big Luciano aveva incassato cinque anni e quattro mesi perché gli erano state accollate anche le frodi sportive oggidì andate prescritte. Al momento della lettura della sentenza, l'ex manager bianconero non era presente in aula. Probabile che i giudici di secondo grado si siano lasciati convincere, nelle loro valutazioni, dal volume di chiacchierate in libertà allegate agli atti e dal possesso di schede estere. Sim il cui semplice possesso, in primo grado, era stato ritenuto elemento di sicura colpevolezza nonostante i carabinieri non fossero riusciti a intercettare quelle utenze ma a ricostruirle di rimbalzo con intercettazioni pseudo-ambientali. Leggermente meglio è andata all'ex designatore arbitrale Pierluigi Pairetto e all'ex vicepresidente della Figc Innocenzo Mazzini, condannati entrambi a due anni. Secondo il procuratore generale, che ne aveva chiesto la condanna a tre anni, questi ultimi avrebbero avuto, al pari dell'ex direttore generale bianconero, pari responsabilità nella promozione della presunta «banda» che, tra il 2004 e il 2006, avrebbe tentato di falsare ben due campionati di serie A. Non riuscendoci, peraltro, come pure ha dovuto ammettere il tribunale in primo grado quando ha scritto, nelle motivazioni della sentenza, che il torneo 2004-2005 non aveva subito in alcuna maniera l'influsso (eventuale) della lobby juventina. Dunque, ci troviamo nella condizione di un'associazione per delinquere che aveva al suo interno arbitri e dirigenti di importantissimi club calcistici e vertici federali che, però, in fin dei conti hanno solo parlato al telefono, senza concretizzare nulla. Per Massimo De Santis, arbitro ritenuto amico di Moggi ma da questi apostrofato, in alcune intercettazioni telefoniche, «gran bastardo e figlio di puttana» perché aveva fatto perdere punti importanti in classifica ai bianconeri e per una storica espulsione di Alessandro Del Piero, i giudici della sesta sezione hanno stabilito una pena a un anno. De Santis, assistito dall'avvocato Paolo Gallinelli, aveva rinunciato alla prescrizione combattendo come un leone per dimostrare la sua innocenza. Secondo i giudici, invece, avrebbe fatto parte della "combricciola torinese" pur non essendo la sua condanna riferita ad alcuna partita giocata dalla Juve. È stato cioè condannato in relazione a due match che, con la Vecchia Signora, non c'entrano nulla. Sentenza di colpevolezza ma a dieci mesi anche per Paolo Bertini e per l'ex fischietto Antonio Dattilo (anche loro avevano rinunciato alla salvezza sicura per prescrizione). Nulla, invece, la sentenza di primo grado a carico dell'altro ex designatore arbitrale finito nelle spire dell'inchiesta, Paolo Bergamo considerato, alla stregua di Moggi, capo e promotore dell'associazione per delinquere con relativa richiesta di condanna a tre anni (in primo grado aveva rimediato una condanna a tre anni e otto mesi). Il relativo dispositivo è stato trasmesso nuovamente al Tribunale di Napoli per un nuovo giudizio. Non luogo a procedere, invece, per intervenuta prescrizione del reato, per Diego Della Valle, Andrea Della Valle, Claudio Lotito, Leonardo Meani, Claudio Puglisi, Stefano Titomanlio, Salvatore Racalbuto, Sandro Mencucci. Scontato, a questo punto, il ricorso in Cassazione subito dopo la lettura delle motivazioni dei giudici della sesta sezione della Corte d'appello che saranno depositate entro sessanta giorni.

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