Politica

Renzi non vuole tassare le multinazionali

No alla web tax. Eppure consentirebbe di far pagare in Italia milioni di imposte

Il giorno degli abbracci, degli applausi e dei complimenti nasconde anche i primi veleni. Per Renzi l’ostacolo spuntato all’improvviso sul palco di Milano dove ieri ha guidato la sua prima assemblea nazionale dei Democratici, è la proposta di istituire la web tax, un provvedimento che prevede di far pagare dalle multinazionali americane della Rete le tasse in Italia. Il neo segretario del Pd l’ha bocciata con toni decisamente duri: «Dalla nuvola digitale siamo passati alla nuvola nera di Fantozzi». Peccato che l’emendamento, inserito nella legge di Stabilità e che ha avuto il via libera del governo, abbia come primo firmatario proprio un renziano, Edoardo Fanucci, trentenne ex sindaco di Montecatini Terme e alla sua prima esperienza in Parlamento. Ma la vera «mente» del provvedimento è un altro esponente del Pd, un lettiano di ferro, Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio che sta esaminando proprio il testo del ddl Stabilità. Insomma è esploso il primo feroce scontro interno. Tanto che qualcuno nel Pd si comincia a chiedere perché il sindaco di Firenze abbia tanta paura di tassare le multinazionali. Il provvedimento ha fatto discutere sin da quando è stato presentato in commissione. E specialmente i renziani hanno immediatamente iniziato una battaglia sotterranea per farlo ritirare. Eppure si tratta di un modo per far arrivare in Italia una parte degli enormi guadagni che le società straniere realizzano anche nel nostro Paese. Fino ad oggi le imposte versate sono irrisorie: nel 2012, ad esempio, Amazon ha pagato in tasse circa 950 mila euro, a fronte dei 18,4 milioni di ricavi di Amazon Italia Logistica e i 7,4 milioni di Amazon Italia Services; Facebook poco meno di 132 mila euro a fronte di entrate per 3,1 milioni; mentre Google ne ha pagate nel nostro Paese 1,8 milioni, a fronte di 52 milioni di ricavi. Insomma versamenti irrisori al contrario di quanto invece pagano al fisco le aziende italiane. Il meccanismo per cui le società straniere riescono in questa operazione è perfettamente legale. Le multinazionali dispongono infatti di una struttura che prevede che la loro filiale italiana non fatturi la pubblicità raccolta o le vendite realizzate nel nostro Paese ma registri come ricavi i servizi prestati a un'altra società del gruppo, collocata in uno stato dove i guadagni vengono tassati di meno. «Google rispetta le normative fiscali in Italia e in tutti i paesi in cui opera» ha riposto Google quando a luglio è riesploso il caso dei guadagni non tassati. «Se ai politici non piacciono queste leggi – è stata la sfida – loro hanno il potere di cambiarle». Ci ha provato Francesco Boccia ma la reazione, soprattutto nel suo partito, è stata negativa. Ma che cosa stabilisce la proposta? L’emendamento prevede che «gli spazi pubblicitari on line e i link sponsorizzati che appaiono nelle pagine dei risultati dei motori di ricerca (altrimenti detti servizi di search advertising) visualizzabili sul territorio italiano durante la visita di un sito o la fruizione di un servizio on line attraverso rete fissa o rete e dispositivi mobili, devono essere acquistati esclusivamente attraverso soggetti (editori, concessionarie pubblicitarie, motori di ricerca o altro operatore pubblicitario) titolari di partita Iva italiana». Edoardo Fanucci, che è il primo firmatario, l’ha difesa a spada tratta: «Per quale motivo le multinazionali del web che operano in Italia non dovrebbero essere sottoposte a tassazione? Cosa le differenzia rispetto a una impresa artigiana o una start up che opera nella ricerca scientifica? Perché questi colossi che, sistematicamente, per mettere in sicurezza i loro guadagni ricorrono ai paradisi fiscali non dovrebbero pagare le tasse nel paese in cui fanno profitti?». A Matteo Renzi, però, la proposta non piace proprio. «Abbiamo infilato un problema peggio dell'altro – ha attaccato ieri a Milano – sarebbe bello se si riuscisse a modificare le regole del gioco: l'Agcom chiude un sito senza passare da un giudice ma anche il fatto che la web tax va posta nel luogo centrale, l'Europa, e non con una violazione dei trattati europei o diamo l'impressione di un Paese che rifiuta l'innovazione».

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