Politica

Tra spintoni e insulti vince la Meloni

Fdi si aggiudica il logo di An con 290 voti all’assemblea della Fondazione.

È andato tutto come previsto. Fratelli d’Italia vince la battaglia sul simbolo di An e Giorgia Meloni si conferma la leader più spendibile della nuova destra. Ma dell’assemblea della Fondazione Alleanza Nazionale, tenutasi all’hotel Ergife di Roma, restano anche le immagini di una tensione che, a ieri, tutto sembrava trasmettere fuorché quel messaggio di unità che gli stessi sostenitori della mozione La Russa-Meloni-Alemanno avrebbero auspicato. Da loro arriva una mano tesa «a chiunque si riconosca nelle tesi di Fiuggi» e la disponibilità a creare un movimento dove le cariche saranno azzerate. Ma visti gli insulti volati in sala, gli spintoni, i musi lunghi e le minacce di azioni legali volte a non far convalidare il risultato dell’assemblea, sembra difficile che il mondo politico, a destra, ritrovi quell’armonia che forse non c’era neanche ai tempi di An. Ma era sicuramente ostentata meglio. «È finita in schifo, in pieno stile An». Sono da poco passate le 17 quando un ex parlamentare di Alleanza Nazionale abbandona la sala riservata dell’Ergife dove si sta tenendo l’assemblea della Fondazione, la prima dalla sua nascita. In quegli stessi istanti i circa trecento delegati rimasti nella sala stanno votando «sì» allo scongelamento del simbolo. Alla fine i voti a favore saranno 290. Tanti, ma non tantissimi se si pensa che gli iscritti alla Fondazione sarebbero circa 1.200. Tanti se ne attendevano all’Ergife, invece a inizio assemblea il presidente Franco Mugnai comunica che gli aventi diritto si aggirano intorno ai 650. Gli accreditati sono un centinaio in meno. Fin dalla mattina a scandire la lunga assemblea, protrattasi dalle 11 alle 18, sono i momenti di tensione tra esponenti che una volta combattevano sotto la stessa bandiera. Pronti, via ed è già il caos. Una serie di delegati chiedono con modi rudi che sia cambiato l’ordine del giorno, ma il primo picco di astio arriva intorno alle 12. Alcuni chiedono che siano accettate anche le pregiudiziali alle mozioni, un po’ come accade in Parlamento. Mugnai, per evitare mugugni, acconsente. Salvo poi dimenticarsene qualche minuto dopo. Allora il delegato campano Pietro Diodato sale sul palco e protesta vibratamente. I «questori» lo allontanano con uno spintone, Diodato scivola dal palco alto una cinquantina di centimetri e cade platealmente. Gli animi si surriscaldano ma in breve tutto torna alla normalità. Sul palco ora si alternano i protagonisti delle varie mozioni. Gasparri chiede che il patrimonio della Fondazione sia devoluto a opere che ricordino i martiri della destra. Menia auspica lo scongelamento del simbolo in toto, con il ritorno ufficiale ad Alleanza Nazionale. Alemanno, Meloni e La Russa rivendicano uno alla volta la loro tesi: che il simbolo, cioè, sia affidato a Fratelli d’Italia per un anno a patto che si impegni a unificare tutte le anime della destra. Aspetto non secondario, la totale rinuncia al patrimonio della Fondazione. Proprio mentre parla Giorgia Meloni arriva il secondo momento di tensione. L’ex senatore Egidio Digilio, stufo di un dibattito in cui si sono citati tutti i padri fondatori della destra, da Almirante a Rauti, senza però mai nominare Fini, si alza in piedi e grida: «Grazie a chi sei stata vicepresidente della Camera? - chiede alla Meloni - Grazie a chi sei stata ministro? È stato grazie a Fini!». Non ha ancora finito di scandire il nome che dall’intera sala, salvo pochissimi esponenti, si alza un boato di disapprovazione unanime. L’unico momento della giornata in cui sembra che tutto il popolo di An ritrovi compattezza. Con il passare dei minuti si fa sempre più chiaro che la mozione di Fratelli d’Italia è destinata alla vittoria. Anche l’ultima mediazione proposta da Menia viene respinta. L’ex Fli riconosce la leadership di Giorgia Meloni ma le chiede di esercitarla in un nuovo partito, che non sia Fratelli d’Italia e che unisca tutti. Riceve un secco no. «Non si può chiedere a un leader di rinunciare a ciò che ha costruito - commenterà più tardi Fabio Rampelli - è come chiedere a qualcuno di rinunciare al cognome». Così Gasparri e Menia provano l’ultima carta, chiedendo ai propri delegati di abbandonare l’assemblea per far mancare il numero legale. L’operazione però fallisce, in sala restano in trecento, circa cento in più del minimo necessario. Si procede al voto, i sì sono 290. Al momento della proclamazione esplode il caos. L’appellativo «traditori» vola da un lato all’altro della sala, Menia e La Russa arrivano quasi alle mani, gli spintoni tra le fazioni si sprecano. All’esterno, l’ex parlamentare vicentino Giorgio Conte si sfoga: «La Meloni ci ha detto che bisogna guardare al futuro e che il futuro è lei. Per noi era un discorso inaccettabile». Menia lascia la sala scurissimo in volto: «Poteva essere un nuovo inizio - si sfoga con i giornalisti - invece hanno voluto prendersi il simbolo con la prepotenza». Un «meloniano» passa alle sue spalle e scherza: «Roberto, vieni con noi» gli urla. Menia non cede: «No, io ho un orgoglio. Quelli che ci accusavano di voler fare un’operazione nostalgia perché volevamo resuscitare An ora si sono presi il simbolo per metterlo in piccolo sotto quello di un partito che vale il 2%. È una mancanza di rispetto». L’ex finiano non ha ancora finito di parlare che dalle scale della saletta interrata salgono, insieme, Alemanno, La Russa e la Meloni. I volti sono tirati ma soddisfatti, l’ex ministro della Difesa si mette anche a canticchiare: «Oh when the saints go marching in»... Ai microfoni lanciano un messaggio «ecumenico», parlano di una nuova fase che sta per aprirsi, invitano tutti ad aderire. Ma non molti sembrano accettare l’esortazione. Gasparri e Matteoli preparano una denuncia per invalidare l’esito dell’assemblea, Storace parla senza mezzi termini di «scippo»: «290 voti sono un po’ pochini per scippare un simbolo. E non servono nemmeno per andare in Europa. Dall’assemblea di "An" roba senza vergogna». Non basta neanche la «vecchia casa» a far tornare tutti all’ovile.

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