Primi sorrisi dopo la grande paura. Ieri pomeriggio sciarpe e striscioni biancocelesti hanno colorato i terminal arrivi degli aeroporti di Fiumicino e Ciampino per il tanto atteso rientro dei quattro supporters della Lazio scarcerati mercoledì dall’inferno di Bialoleka. Quando il volo Ryanair FR 7026 in arrivo da Varsavia si ferma sulla pista dello scalo di Ciampino sono le 15.55. David, Adriano e Alessio sono di nuovo a Roma. Ad attenderli, in trepidazione, genitori, parenti e amici. I giovani sono visibilmente emozionati e il gelo di Varsavia sembra sciogliersi di colpo quando giungono tra le braccia dei loro cari. Per David c’è anche uno striscione: «Bentornato Bomber», hanno scritto gli amici. La fretta di tornare a casa e la comprensibile tensione accumulata alzano un muro invalicabile che blocca ogni tentativo di ottenere da loro delle dichiarazioni. «Non abbiamo voglia di parlare - dicono senza arroganza – siamo stanchi e desideriamo solo stare con i nostri cari». A Fiumicino il volo W6 1441 della compagnia Wizzair tocca il suolo italiano alle 15.23. Un anticipo di un quarto d’ora sull’orario stimato che regala a Tibor minuti preziosi per porre fine all’incubo di Varsavia. Al di qua delle porte scorrevoli del Terminal 3 che separano l’area ritiro bagagli dall’uscita, mamma Antoinette, papà Aldo, la fidanzata Vanessa e un gruppo di ragazzi giunti con uno striscione per accogliere il loro amico. Quando Tibor appare oltre i vetri, l’emozione vince sulla compostezza e si alzano grida di gioia. Mamma e fidanzata corrono, lo abbracciano, lo baciano. È l’istante che cancella tutto. O quasi. Si perché il suo viso è tiratissimo e il suo sguardo cerca rassicurazioni. «Finalmente a casa», dice Tibor con un filo di voce. Mamma Antoinette non trattiene le lacrime, gli amici lo sommergono: «Grazie a tutti, ora dobbiamo lavorare per far tornare a casa gli altri». È questo il suo unico pensiero. Fatica anche a parlare, vorrebbe solo un po' di serenità dopo due le settimane trascorse dietro le sbarre del carcere polacco. «I primi giorni sono stati i più duri - racconta - Ero in cella con un ragazzo polacco condannato a dieci anni di reclusione per spaccio di sostanze stupefacenti. Parlavamo in inglese, cosi l’ho un po' migliorato». Tibor cerca anche di scherzare ma è evidente che lo stress lo ha molto indebolito. «Trascorrevo ore e ore in silenzio - continua - Per non annoiarmi troppo facevo le flessioni. Cercavo almeno di tenermi in forma». Poi un flashback lo riporta al momento dell’arresto. «Ero in fondo al corteo, quando ho visto gli altri correre non ho capito bene cosa stesse succedendo ma l’istinto mi ha spinto a fare come loro. Solamente a distanza di alcuni giorni ho saputo che la polizia polacca interpreta il fuggire, anche solo per paura, come un’ammissione di colpevolezza. Chi infatti camminava non è stato fermato». Durante le due settimane trascorse in stato di privazione della libertà, tra le sue preoccupazioni principali c’era quella per lo studio. «Dovevo presentarmi all’università a fine novembre per sostenere un esame. Purtroppo, anche se completamente innocente, non ho potuto». Gli chiediamo del trattamento riservatogli dietro le sbarre. «Dopo l’intervento del nostro ambasciatore a Varsavia le condizioni sono decisamente migliorate. Il direttore del penitenziario ha deciso di destinare delle celle solo a noi e le guardie carcerarie ci hanno trattato con maggior riguardo». Papà Aldo intanto lo tiene stretto, la preoccupazione di non vederlo tornare a casa per molto tempo è stata forte. «Ora non dobbiamo dimenticarci degli altri supporters biancocelesti ancora rinchiusi a Bialoleka – dice con tono severo - Solo quando saranno di nuovo tutti qui potremo festeggiare la fine di questa incredibile e terribile vicenda». Vanessa, la fidanzata di Tibor, non smette di accarezzarlo. «Sto tremando dall’emozione - ammette con gli occhi pieni di lacrime - era troppo tempo che non lo vedevo. Sono felicissima». Dietro lo striscione da stadio portato in aeroporto dagli amici Tibor è felice ma non riesce a lasciarsi troppo andare. Dopo qualche fotografia si gira verso i genitori con una richiesta che in un altro contesto risulterebbe banale mentre qui, ora, racchiude tutto ciò che prova. «Andiamo a casa?» Le parole vibrano nell’aria come una preghiera. La risposta è tutta nel dolce sorriso di mamma Antoinette.
«Varsavia da incubo, liberate i nostri amici»
Ieri i primi quattro tifosi laziali reclusi dal 28 novembre sono atterrati a Roma Lacrime di gioia delle famiglie. Tibor, 22 anni: «Ora lavoriamo per gli altri»
