Politica

Un aiuto per il boss mio padre

di Angelo Provenzano, figlio di Bernardo Provenzano

Gentile Direttore, memore del nostro incontro nel 2008 per un’intervista e della sua sensibilità, mi rivolgo a lei e le spiego perché. Quel giorno mi chiese se pensavo di poter riabbracciare un giorno mio padre, ad oggi non ci è stato concesso nonostante il palese decadimento psico-cognitivo in cui versa, verificato e conclamato da più medici. È vero che mio padre è un pluri-ergastolano che, in quanto tale, ha l’obbligo, quindi il dovere, di espiare la condanna, ma è pur vero che, allo stato attuale, non è più in grado di provvedere a sé stesso autonomamente: è nutrito con un sondino, ha il catetere, non si alza dal letto né potrà più farlo senza aiuto di altri. Mi chiedo, e pongo la questione anche al Ministero, che senso ha far espiare una pena in condizioni così restrittive a una persona che non ha più la percezione dell’ergastolo? La legge è uguale per tutti? Io vorrei, voglio, crederci e non sto a discutere la colpevolezza di mio padre, non spetta a me, rispetto le sentenze, ma lo stato di demenza in cui versa gli impedisce di riconoscere i suoi familiari figuriamoci di capire altro. Alla fine la pena la stiamo scontando noi familiari. Papà non capisce più nulla, e comprendendo lo scetticismo di tanti chiedo perché non mandare degli ispettori a verificare le reali condizioni di mio padre e renderle pubbliche anche a mezzo immagini?

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