Politica

Matteo stona con l’inno e canta «me ne frego»

Comizio con «I don’t care». Veltroni scelse «I care»

Agli appassionati di musica non sarà sfuggita la scelta della colonna sonora che domenica sera faceva da contrappunto agli entusiasmi dei sostenitori di Matteo Renzi. Un ripetitivo «I don’t care» risuonava dagli amplificatori a salutare e incitare i festeggiamenti. Si trattava di uno dei tormentoni di successo della scorsa estate, regalatoci dal duo svedese «Icona pop» con il titolo di «I love it». La scelta della base musicale della vittoria di Renzi sembra però il riuscito scherzo di un musicofilo burlone. Il ritornello è, appunto, un gridato «Me ne frego», seppur in lingua inglese. Da notare poi che il nome del gruppo sembra richiamare la più riuscita descrizione del candidato vincitore delle primarie Pd, che più che un politico è senza dubbio una «icona pop», come è stato definito da più parti e non certo con intento lesivo (ad esempio su Huffington Post e su Linkiesta.it). E quell’urlato «I don’t care» non può non riportare alla memoria la scelta del suo contrario «I care», adottato per le sue vittoriose primarie del 2007, da Walter Veltroni. Veltroni richiama al confronto con Renzi anche per altri aspetti. In occasione della sua candidatura alle primarie riportò una vittoria contro la Bindi attestandosi anche lui sul 70 per cento dei consensi. Anche in quel caso si arrivò a una partecipazione che sfiorò i tre milioni di votanti. Walter Veltroni - prima di Renzi - ha operato a sinistra un rinnovamento e una rottura culturale e di linguaggio che ha segnato un’epoca. Grazie a lui il Pd si è scoperto kennediano e ha mandato in soffitta le icone più scomode del passato comunista. Solo lui è riuscito a mettere, seppur simbolicamente, a braccetto JFK e il Che. Come se fossero stati compagni di sezione anziché acerrimi nemici in uno scontro militare senza regole convenzionali che li vide opposti nella nota vicenda della Baia dei Porci. Fu JFK a sostenere l’invio di paramilitari cubani addestrati e armati dalla Cia in un avventuroso sbarco nell’isola appena «castrizzata». Furono i barbudos al comando diretto di Guevara che li accolsero con una pioggia di fuoco e passarono per le armi i prigionieri. Non a caso, tra le tesi ancora in voga sull’omicidio del presidente Usa, c’è ancora l’ipotesi di una vendetta castrista. Fu sempre il grande Walter a trovare la formula giusta per rendere sovrapponibile l’impegno cattolico con quello di sinistra inventando ossimori ideologici a loro modo geniali. A una domanda sulla Fede, dichiarò in un’intervista: «Credo di non credere». Ma utilizzò il Vangelo come allegato de L’Unità quando ne era direttore. Anche lui, con i suoi «ma anche», aveva in fin dei conti conquistato grande consenso non dicendo nulla di preciso ma dicendolo bene e con i toni appropriati. Forse la traduzione del jingle renziano in «me ne frego» potrebbe risultare forzata da chi proporrebbe un meno caratterizzante «Non mi importa». Ma a onor di cronaca fu proprio Walter Veltroni che, quando nei suoi discorsi al pubblico spiegava perché avesse adottato come slogan «I care», lo definiva proprio come «opposto di me ne frego...». Quindi, se «I care» è l’opposto di «me ne frego» e «I don’t care» è l’opposto di «I care»... Sembra quasi che Renzi, con il pezzo delle «Icona Pop», abbia voluto rispondergli, insomma. Sempre che il Matteo oggi più amato dalle mamme italiane fosse consapevole della scelta della scaletta musicale. Della canzone scelta dall’anonimo disc-jockey renziano potrebbe forse far preoccupare un po’ anche il testo. Soprattutto all’inizio quando dice «ho schiantato la mia macchina contro un ponte, l’ho osservata e lasciata bruciare». Speriamo non sia un’anticipazione dell’Italia a futura guida Renzi. Forse più mirata e ancora più inquietante la strofa successiva, che recita: «Tu mi vuoi coi piedi per terra ma io sono nello spazio, sei impossibile da accontentare... Tu sei degli anni ’70, io sono una st...za degli anni ’90». A chiunque sia dedicato, suona più come una minaccia che come una promessa.

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