Vola lontano in queste ore il pensiero delle famiglie dei tifosi laziali fatti ostaggio dal sistema giudiziario polacco. Più precisamente nello Stato del Kerala, nell’India meridionale, dove altri due italiani sono detenuti da quasi due anni intrappolati da accuse fumose, manierismi diplomatici e conflitti locali. L’odissea di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone inizia il 15 febbraio 2012. I due fucilieri della Marina prestano servizio sulla Enrica Lexi, petroliera italiana in navigazione nel Mare Arabico e diretta a Gibuti. L’incidente che cambia la vita di due famiglie è la sparatoria ingaggiata a largo di Kochi, in acque internazionali. Due pescatori indiani a bordo di una piccola imbarcazione vengono scambiati per pirati e rimangono uccisi. La ricostruzione dei nostri è chiara. Il fatto è avvenuto a oltre 30 miglia dalla costa e sulla petroliera sventola il tricolore: la giurisdizione è italiana. Lo Stato asiatico, invece, sostiene che tutto è avvenuto in acque indiane e dopo aver trattenuto la nave requisisce i due fucilieri. L’allora ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata vola in India e incarica il sottosegretario Staffan De Mistura di seguire il caso. Serve a poco, pochi giorni dopo viene disposto il trasferimento nel carcere di Trivandrum. A maggio l’Alta corte del Kerala concede la libertà su cauzione con obbligo di firma. Il prezzo per ciascun militare è di 10 milioni di rupie, 143mila euro. Latorre e Girone vengono trasferiti all’hotel Trident di Fort Kochi. La prima buona notizia - una delle poche - arriva prima di Natale, quando i due apprendono di poter passare le feste a casa. Al loro arrivo vengono ricevuti da Giorgio Napolitano. Al ritorno in India la doccia fredda, l’ennesima: la Corte suprema ammette che l’incidente è avvenuto in acque internazionali ma dispone che a decidere sia un tribunale speciale. A marzo Terzi di Sant’Agata annuncia che i marò, quei giorni in Italia per votare, non torneranno in India. Sonia Gandhi minaccia ritorsioni, interviene anche l’Ue. Sui due sottufficiali indaga anche la Procura militare di Roma per violata consegna. Il 21 marzo l’Italia molla la presa: i fucilieri torneranno in India. Dall’Asia rimbalzano voci inquietanti: se condannati rischiano la pena di morte. Le autorità indiane smentiscono ma ormai la vicenda è fuori controllo. I marò scrivono ai politici italiani: «Unite le forze e risolvete questa tragedia». Terzi si dimette in contrasto con la scelta del governo Monti di farli tornare in India. Le indagini vanno avanti. Ad agosto Latorre e Girone non rispondo alla polizia federale indiana, la Nia. L’India rilancia: vuole anche gli altri fucilieri italiani presenti sulla nave. Roma si rifiuta. Riecco le voci di pena di morte. Il ministro in carica, Emma Bonino, rassicura ma c’è poco da stare tranquilli. La Nia batte una pista pericolosa: serve una corte competente in casi di terrorismo. Il giudice rinvia l’udienza all’8 gennaio 2014. L’odissea continua.
Massimiliano e Salvatore reclusi da quasi 2 anni
L’incubo dei marò in mano alle autorità indiane Ora Latorre e Girone vivono in un residence
