La prima cosa che fa infuriare i partecipanti alle primarie è il sedicente primato sulla scheda di prenotazione. La frase sotto accusa la trovi sul foglio che ha per titolo «L’otto dicembre io voto perché», l’appello degli elettori che sembra una preghiera ed è senza dubbio un’attestazione di fede politica: «Noi speriamo nel PD - recita il "santino" - l’unica formazione che ha scelto di riconoscersi come partito e di unirsi in nome della democrazia, secondo il dettato costituzionale». Segue l’articolo 49 della Costituzione. Una dichiarazione che molti simpatizzanti democratici si rifiutano di sottoscrivere. La risposta degli attivisti li lascia senza alternative: «Se non firmate, non votate», replicano lapidari. Loro protestano. Poi, però, voltano le spalle e se ne vanno bofonchiando e promettendo che, se è così, non voteranno neppure alle elezioni «vere». E non è l’unico «neo» che provoca attriti fra militanti e «simpatizzanti». Eravamo partiti per controllare la regolarità delle primarie. Per verificare se ci avrebbero permesso di dare più di una volta la nostra preferenza a uno dei tre candidati segretari. Quattro volte su cinque siamo stati respinti con grosse perdite. In un caso, invece, ci siamo riusciti. Ma abbiamo anche scoperto che, per alcuni fra le migliaia di cittadini accorsi ai gazebi del Pd, c’erano altri motivi di polemica. Cominciamo dal primo «seggio». Sono le 12,30 e, armati di carta d’identità e tessera elettorale, ci mettiamo in fila in piazza Mazzini. La maggior parte dei votanti ha una certà età, forse i tifosi democratici più in erba sono all’Olimpico o a casa a godersi la «Magica». Ma la coda è comunque lunga. Le proteste scattano con la distribuzione del tagliando da compilare con nome, cognome, data di nascita e comune di residenza. Quella frase che promuove il Pd come unica formazione democratica fa imbufalire un paio di signori: «Ma non è vero, siete il partito democratico, non l’unico partito democratico, è inaccettabile: noi non firmiamo». La coppia si allontana, non prima di lanciare l’ultimo minaccioso avvertimento: «Non voteremo neppure alle elezioni, vedrete!». Non sono i soli. Una signora gira il foglio e scopre che nel retro, anche quello con obbligo di firma, si legge che «il conferimento dei dati è obbligatorio e l’eventuale rifiuto potrebbe comportare l’impossibilità di partecipazione alle suddette Primarie». Lei non vuole che i suoi dati vengano «trattati». Perché, dice, «sono dati sensibili e privati». I militanti non transigono: «Deve mettere la sua sigla pure lì», intimano. La donna rinuncia e se ne va arrabbiata. I reclami riguardano anche le lunghe file, che costringono ad attese fra i 20 e i 30 minuti: «Votiamo, votiamo. Ma siamo degli illusi se pensiamo che serva davvero a cambiare qualcosa», borbotta un signore sui 50 che si lamenta ad alta voce per la disorganizzazione della consultazione. Tuttavia, resta al suo posto e avanza a passo di formica verso le urne di cartone. Dopo aver votato dove avevamo diritto, proviamo a ripetere l’impresa dove non dovremmo. Alle 13,30 siamo all’angolo fra via Giulio Cesare e via Ottaviano. «Ho dimenticato la scheda elettorale», mi scuso. «Dove abita?», mi chiedono. E, appresa la mia residenza, mi rispediscono dov’ero già stato. «Non possiamo permettere che si voti due volte», spiegano gli attivisti gentilmente. Neppure l’accorata «raccomandazione» di una ragazza accanto a me smuove la loro teutonica fermezza. «Ma dai, fallo votare lo stesso...!», invita lei. «Mi dispiace, non si può», ribattono quelli del gazebo. Ci spostiamo in piazza Cola di Rienzo. Stavolta proviamo un altro trucco. «Ho tessera e carta d’identità - affermo - ma ho cambiato da due settimane appena casa e i documenti non sono aggiornati. Posso votare lo stesso?». All’inizio storcono il naso. Poi cedono: «E va bene...». Qui la fila è più corta. Raggiungo in pochi minuti il banchetto. Fornisco un indirizzo posticcio, sostenendo di abitare proprio sulla piazza al civico 163. Mi sento falso come un biglietto clonato dell’Atac. Ma è il mio lavoro. Controllare e riferire. Anche, e soprattutto, in incognito. La ragazza seduta registra i miei dati senza problemi. «E per il numero di sezione elettorale?», chiedo io. «Ci pensiamo noi», mi tranquillizzano. Il bello è che alcuni elettori privi della scheda vengono «rifiutati» e se ne vanno su tutte le furie: «È una buffonata, così perdetere voti!», sbottano. La verifica continua. Senza altri «successi». Le tende di piazza dei Carracci, piazza del Popolo e piazza Madonna dei Monti sono presidiate da attivisti che sembrano soldati sulla linea del Piave: «Non passa lo straniero». Ma l’inflessibilità nell’impedire la duplicazione del voto non basta a recuperare i consensi perduti per la presunzione di avere il monopolio della democrazia.
Io, cronista, così ho votato due volte
È bastata una scusa. In altri seggi militanti più severi «Noi gli unici che rispettano la democrazia»
