Politica

Il buonismo "amico" del terrorismo

Sos dei Servizi: rischi di infiltrazioni degli estremisti islamici nei barconi La causa? Le nostre frontiere sono sempre più aperte all’immigrazione

«Il fenomeno migratorio è ineludibile». Lo sappiamo tutti, anche se qualcuno nell’Ue fa finta di niente. Ce lo ricordano anche gli 007 dell’intelligence, che sottolineano come questo fenomeno presenti «anche fattori di rischio». Il riferimento è al terrorismo internazionale e, in particolare, ai pericoli che corrono Europa e Italia. Secondo le previsioni dei servizi, infatti, i viaggi della speranza aumenteranno sensibilmente nel prossimo futuro. E il «buonismo» imperante nel Belpaese giocherà un ruolo determinante. Da un lato il protrarsi delle situazioni di crisi in aree come il Corno d’Africa e la Siria, dall’altro «l’ampia e diffusa disponibilità italiana al soccorso e all’accoglienza, alimenteranno ancora ingenti flussi di profughi verso le coste comunitarie». Ciò anche d’inverno «in presenza di avverse condizioni meteo-marittime» e quindi di pericoli letali per i migranti. Non solo. Visto che gli «altri» sono molto meno aperti di noi all’immigrazione, la nostra Penisola sarà penalizzata dal maggiore rigore «dei controlli sul versante spagnolo» e dalle «limitate risorse destinate dalla Grecia al contrasto migratorio nell’Adriatico». Fattori che «finiranno per sovraesporre il fronte meridionale italiano», si legge nella relazione. Nel contempo, i Paesi nordafricani più stabili, come il Marocco e l’Algeria, se non verranno sostenuti nell’azione di controllo dei loro confini meridionali, «non potranno che allegerire le forti e insostenibili pressioni crimino-migratorie alle frontiere, canalizzando i migranti verso le coste settentrionali del Mediterraneo». E ancora. Egitto e, in parte, Tunisia, considerando «l’inquietante nebulosa di assetti socio-politici compromessi», contribuiranno a questi flussi che interesseranno soprattutto il nostro Paese. Il problema è che i rifugiati porteranno con loro un «bagaglio» di tensioni della madrepatria e interessi criminali «assorbiti durante il tragitto», legati all’«insorgenza» o al terrorismo. I centri di accoglienza subiranno lo stress dell’aumento dell’immigrazione e le proteste «ribelliste» dei loro «ospiti» saranno sempre più esasperate. La mancata integrazione spingerà a «reazioni criminogene o radicali», favorendo l’ampliamento dei ghetti etnici e il monopolio delle comunità straniere da parte di nuove organizzazioni «para-mafiose». Infine, non è da soottovalutare il rischio della diffusione di «gravi patologie infettive», dovute alle pessime condizioni igienico-sanitarie degli immigrati costretti a vivere in condizioni illegali, al limite della sopravvivenza. A monte di tutto ciò, lo sviluppo del terrorismo islamista nelle nazioni d’origine e l’adesione che questo riscuote a livello individuale in Occidente. I focolai sono presenti in tutti i Pasi musulmani, ma a preoccupare in modo specifico è l’instabilità politica e sociale in Libia, Tunisia ed Egitto, che «ha fornito rinnovato vigore a componenti salafite-jihadiste nordafricane» opposte ai governi nati dopo la caduta dei vecchi regimi; mentre in Siria la guerra civile ha «regalato» un nuovo campo di battaglia a elementi di Al Qaeda. Ma si sa che gli estremisti islamici sono internazionalisti e vogliono esportare la loro «rivoluzione» in tutto il Pianeta. Nell’ottica di un conflitto globalizzato, «la propaganda punta a coinvolgere i musulmani» occidentali (specialmente i più giovani) in due modi: «esortandoli a recarsi nei teatri di battaglia», oppure a «compiere direttamente attacchi nei Paesi di residenza contro i "miscredenti"». Viene così alimentato il fenomeno della «jihad individuale» condotta anche con mezzi artigianali da singole persone o da microgruppi indipendenti. E se l’impatto di queste iniziative dovrebbe essere minore di altre meglio pianificate, esse sono più difficili da intercettare e prevenire e ritenute in grado di indebolire il «nemico» perché aumentano il suo senso di vulnerabilità. Uno strumento (potente) di propaganda e proselitismo è la Rete: gli «islamonauti» alimentano gruppi di discussione, forum e centri di documentazione su internet». Gli obiettivi? Stabilire contatti con formazioni terroristiche consolidate, individuare una strada verso teatri di conflitto ed «elaborare autonomamente progettualità offensive». I riflessi sullo Stivale? Sebbene non «emergono segnali di pianificazioni terroristiche» che coinvolgono target italiani, né riscontri di attività sul territorio nazionale di persone-cellule organiche a organizzazioni jihadiste operanti all’estero», il nostro Paese «non rimane immune dalla minaccia». A tale proposito, l’intelligence prevede che i rischi riguardino immigrati residenti arruolati online; gli italiani o i loro interessi in Libia e in Tunisia; nostri connazionali che potrebbero essere attratti nell’area del Sinai; il «ridispiegamento o il transito sul suolo nazionale di reduci provenienti dal conflitto in Siria», che potrebbero progettare attacchi in Europa. Italia compresa.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.