Politica

Domani le primarie della Lega: Salvini favorito

Bossi destinato alla sconfitta, ma per l'eurodeputato potrebbe esserci una vittoria di Pirro. Tosi non lo riconosce e dovrà fare i conti con i "maroniani ribelli"

La prossima incoronazione di Matteo Salvini a segretario della Lega Nord rischia di trasformarsi in una vittoria di Pirro. La notte delle scope in cui Roberto Maroni si è impadronito della Lega Nord è passata, ma il risveglio per molti non è stato come se l’aspettavano. A cominciare dai colonnelli maroniani che a lungo hanno combattuto in prima fila per sfilare a Umberto Bossi la propria creatura e consegnarla nelle mani del governatore della Lombardia, visto allora come l’uomo della provvidenza che avrebbe lavato la Lega dal fango con cui l’aveva ricoperta la family bossiana. A un anno e mezzo da quella sera, però, gli eventi sono precipitati e il partito sta per finire sotto il controllo di Matteo Salvini. E proprio il repentino passaggio di consegne fra Maroni e l’eterno giovane padano non è piaciuto a quei colonnelli che, dentro e fuori il Parlamento, tanto si erano spesi per lanciare la Lega in giacca e cravatta proposta da Maroni in contrapposizione al dito medio e alle pernacchie a cui era ridotto il vecchio capo. Lo stesso a cui si sono aggrappati i maroniani d’antan per arginare la scontata vittoria dell’eurodeputato alla corsa per la segreteria di un partito lacerato al suo interno e condannato da sondaggi impietosi al limite della soglia di sbarramento in Italia e in Europa. Emblema delle lotte che si stanno combattendo all’interno del Carroccio è stata la candidatura di Giacomo Stucchi, sempre in prima linea nelle battaglie parlamentari dell’ex ministro dell’Interno, creata ad hoc per sottrarre voti in Lombardia al delfino di Maroni. Un tentativo miseramente fallito quando a pochi giorni dalla deadline il presidente del Copasir si è reso conto che né lui, né l’altro candidato Umberto Bossi, sarebbero riusciti a raccogliere le mille firme necessarie ad ufficializzare la contesa. A quel punto i maroniani pentiti hanno scelto di puntare sull’usato sicuro e di convogliare firme e voti alla candidatura di Bossi. Lo stesso a cui, pochi mesi prima, avevano sfilato il partito senza colpo ferire. Il risultato di questa manovra si è concretizzato in una corsa a due fra Bossi e Salvini che si concluderà con la vittoria scontata del secondo. Un’affermazione tanto prevedibile quanto zoppa, visto che il nuovo segretario non avrà la maggioranza all’interno del consiglio federale e sarà costretto a nominare presidente del partito Giancarlo Giorgetti, divenuto nel frattempo garante dei maroniani in rivolta. E non è da sottovalutare neanche il ruolo dei veneti, ormai proiettati verso l’improbabile scalata di Flavio Tosi alla leadership del centrodestra, che certo non riconoscono in Matteo Salvini il loro lider maximo. A meno di clamorose sorprese da questo congresso ne uscirà un partito sempre più sfibrato dalle lotte di potere interne e senza una linea politica unitaria da presentare a quel che resta dell’elettorato leghista. Per ora l’unica certezza programmatica è il fallimento di quella macroregione lanciata in fretta e furia da Maroni e altrettanto celermente accantonata una volta conquistata la poltrona del Pirellone. E anche l’onda anti euro cavalcata da Salvini in vista del prossimo appuntamento elettorale non convince l’ala più moderata e realista del partito, che già ha suggerito un abbassamento dei toni al prossimo segretario. Viste le premesse, anche i leghisti duri e puri della prima ora iniziano a chiedersi se questo sarà l’ultimo congresso del partito più vecchio che siede in Parlamento.

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