Con invidiabile tempismo il governo italiano si è accorto ieri che fra Napoli e Caserta esiste la cosiddetta «terra dei fuochi». Hanno scoperto ciò che pentiti della camorra e inchieste della magistratura denunciavano da venti anni, cioè che 9 milioni e 800mila tonnellate di rifiuti pericolosi e inquinanti sono stati sotterrati nelle terre della defunta Campania felix, un ricordo ormai, risalente ai trisavoli garibaldini per i cittadini della provincia di Caserta, che oggi continuano a morire di cancro e leucemie varie in quantità numericamente e statisticamente allucinanti. È un’Italia spettrale, il tassello di un mappamondo della monnezza omicida quello che sta venendo alla luce, decine di chilometri quadrati di campagne una volta fertili dove sotto distese di verdure e ortaggi sono stati nascosti i fusti chimici dell’ecomafia, saturi di piombo, stagno, cadmio, nickel, cobalto. Molti i pozzi che danno acqua con arsenico, fluoruri, manganese, solfati e solventi pericolosi. Dove erano i governi, i ministri dell’Ambiente, gli amministratori locali e regionali mentre si trasformava questo territorio in una cloaca di veleni? La risposta è il tardivo decretino di ieri: introduce pene, ma non promette bonifiche, che non si fanno senza soldi. L’omertoso silenzio di chi doveva intervenire e denunciare ha fatto guadagnare a Caserta e alla sua provincia, paradiso abitato da diavoli diceva Benedetto Croce, la patente di terra perduta, da recintare, chiudere, isolare. Eppure è qui forte la voglia di rinascere, grazie a una profonda vocazione imprenditoriale e al coraggio di chi è rimasto. Questa è la «terra dei Casalesi», marchio criminale indigeno, con diramazioni nazionali e internazionali, tradizione contadina di tipo mafioso miscelata con fiuto imprenditoriale, un terziario avanzato degli affari sporchi, sempre regolati con il sangue, contro il quale tuttavia l’azione di contrasto è stata negli ultimi tempi dura, serrata e con grandi successi. Ma dietro gli stereotipi informativi ci sono realtà molto più positive. La provincia è «porta del Mezzogiorno», con poli produttivi che vanno dall’high technology al tessile, dalla microelettronica al calzaturiero fino a una raffinata oreficeria, oltre 70mila imprese attive in vari settori che producono ed esportano in tutto il mondo, con un tasso di crescita costante intorno al 6 per cento. Un mondo che soffre la crisi, ma è stanco che si parli solo di rifiuti tossici, mozzarelle contaminate e camorra, dove nei primi 6 mesi del 2013 l’export dellìagroalimentare è schizzato a +38 per cento. Le «perle» bisogna però cercarsele con pazienza, fra i grovigli urbanistici e abusivi che accerchiano un capoluogo diventato area metropolitana senza esserlo, in un reticolo confuso di case, esercizi commerciali, empori, suk di tipo mediorientale. È un territorio, tuttavia, con isole di eccellenza che possono restituire alla Terra di Lavoro la dignità che merita. In tema di ecologia, nelle campagne di Vitulazio, lontano dal mare, una specie di Fitzcarraldo moderno, la Salpa progetta, produce, impacchetta e spedisce chiavi in mano in tutto il mondo splendide imbarcazioni da diporto. Antonio Pane, il fondatore, per smaltire secondo legge i residui delle resine di lavorazione spende il 10 per cento in più rispetto al costo dei materiali di base per realizzare un prototipo. La Eco-Bat di Marcianise, casa madre a Dallas, una multinazionale che produce il 30% del piombo mondiale, ricicla ogni anno oltre 100mila tonnellate di batterie esauste con un fatturato di 120 milioni di euro. «Produciamo piombo - dice Santo Visone, responsabile dello stabilimento - con impatto ambientale del 50 per cento al di sotto dei limiti di legge». Poco distante la STM che ogni anno sforna 150 milioni di carte con microchip per telefonia, banche e settore dell’identificazione, zeppe di dati anche politici e militari sensibili e riservati. È fra le maggiori società di semiconduttori al mondo, 48.000 dipendenti, 79 uffici in 35 Paesi. «A Marcianise - dice Attilio De Rosa, direttore del sito - abbiamo investito negli ultimi 3 anni 5 milioni di dollari sul territorio, 200mila euro solo per la formazione». Queste sono solo alcune delle realtà di una provincia che vuole essere «di lavoro e non dei fuochi» dice Tommaso De Simone, presidente della Camera di Commercio di Caserta. «Si esce dalla crisi - ricorda - andando oltre Gomorra, utilizzando le energie del territorio». Energie che Clelia Mazzone, direttore del Dipartimento Economia della Seconda Università di Napoli, «alleva» a Capua. Tremila gli studenti iscritti alla sua facoltà, una preziosa, futura riserva di competenze e passione. Dovranno essere soprattutto loro a spegnere i fuochi molesti e le connivenze fra politica e criminalità che hanno devastato questa terra.
Una provincia di eccellenze uccisa da rifiuti e luoghi comuni
di Riccardo Scarpa
