Il sindaco di Roma non esiste. È evanescente. È virtuale. È un avatar. Non esiste perché non ha nulla di particolare. Potrebbe fare il primo cittadino in qualsiasi posto del mondo con gli stessi risultati. Non esiste perché è un luogo comune. È come quei prodotti che trovi in tutti i supermercati del mondo, con il marchio in inglese e i sottotitoli tradotti male. All’inizio magari ti sembra perfino rassicurante, poi ti accorgi che è la stessa pappa. Replicanti. La città eterna finirà per assomigliargli. Sarà la sua firma. Il suo è un tentativo coraggioso, perché è quasi impossibile rendere Roma una città come tutte le altre. Lui, Ignazio Marino, ci sta provando. Roma ha troppi simboli, troppa identità. Bisogna spogliarla. Svenderla. Globalizzarla. Servono nuovi colori. Le luci di via del Corso, per esempio, non vanno bene. Cos’era quel Natale bianco, rosso e verde? Non stanno bene insieme. Quei colori sbattono. E poi che vogliono dire? Meglio, molto meglio, un finto arcobaleno, rosso, arancio, giallo, verde, azzurro, indaco, violetto, una bandiera un po’ gay, un po’ consumistica, un po’ pacifista, un po’ cristiana e un po’ new age. Una bandiera buona per tutte le stagioni. È la filosofia di Marino, zapaterismo di ritorno. Matrimoni lesbo e gay, adozioni lesbo e gay, religioni lesbo e gay. Ma tutto questo mica per tolleranza. È moda. È il non essere. È evaporare. Come quando ha tolto dal Campidoglio la foto dei marò prigionieri in India. E tutti a chiedersi perché. Perché nel supermarket dei luoghi comuni i marò puzzano. Sono brutti, sporchi e cattivi. La luminaria gay no, ridateci il tricolore.
Roma non è un logo comune
di Mario Caccialupi