Politica

E Matteo si smentisce ogni giorno

Ieri l’ennesimo ultimatum a Letta. Due giorni prima lo aveva difeso Una strategia di tira e molla che va avanti da quando è nato l’esecutivo

Ricorda la storia di certe «amicizie» della Seconda Guerra mondiale: tra personaggi che erano alleati, ma non mancavano di lanciarsi messaggi che di certo non erano amichevoli... Tra Enrico Letta, presidente del Consiglio del Pd, e Matteo Renzi, candidato alla leadership (sempre) del Pd, i rapporti sono tutt’altro che facili. Una sorta di «storia infinita», molto italiana, in stile Totò e Peppino, che è tutta un tira e molla. Si inizia ancor prima del Big Bang del governo Letta, nato lo scorso 28 aprile. Il 22, una settimana prima, quando già Enrico era quotatissimo, Matteo Renzi era a La7, ospite di Otto e Mezzo. A bruciapelo, mentre si parlava (come al solito) di Berlusconi, Lilli Gruber (che le interviste le sa fare) gli spara senza preavviso a bruciapelo: «Ma a lei un governo Letta sta bene?» E Matteo risponde subito: «Non c’è dubbio», poi stempera l’entusiasmo, «ma non mi faccia fare un elenco di nomi». Se il buon giorno si vede dal mattino... E si prosegue a ruota: «Se ce la fa Letta, ce la fa l’Italia», sentenzia Renzi il 25 aprile una frazione di secondo prima del Big Bang. Poi passa a quello che sarà un «tormentone» tra lui e l’esecutivo: «Ora vediamo i risultati». La storia di Renzi e del governo è, naturalmente, una partita tutta giocata in casa Pd. A maggio esorta il partito «a non vivacchiare» e contemporaneamente invita il compagno-presidente del consiglio ad «anticipare i tempi» e non a farsene travolgere. E questo crea tensioni, così il 2 luglio il fiorentino esprime nel consueto modo colorito certe sue preoccupazioni: «Lo sport preferito dei dirigenti del partito è il tiro al piccione e io non ho voglia di fare il piccione». E un paio di settimane dopo, il 15, durante un’intervista alla festa del Pd di Carpi trasmessa integralmente in streaming, lancia la tegola in diretta: «Io non credo che questa esperienza di accordo col Pdl possa andare avanti molto. Io voglio bene a Letta, ma tutti i giorni deve parlare con Brunetta e Schifani». E via così, verso le primarie, dichiarando l’inevitabile sostegno all’esecutivo, ma tirando contemporaneamente sonore bordate: «Non ho fretta di far cadere il governo Letta - spiega a La7 il 23 settembre - Io ho fretta di farlo lavorare». E su giornali e telegiornali si comincia a parlare di una nuova categoria politica: i «renziani». Sembra che da una parte ci sia il partito che sostiene il governo e dall’altra ci siano i «renziani». Se l’estate è stata calda l’autunno promette di esserlo ancora di più: attorno al 12 ottobre, mentre il il paese discute dei funerali di Priebke, Renzi da Bari lancia la sua candidatura alle segreteria: «L’Italia ha perso troppo tempo, il governo si giudica dai risultati» e il 25 arriva la confessione: «Con Enrico - dichiara Renzi - abbiamo faticosamente ricostruito un rapporto, ma per fare le riforme lui dice che ci vuole il cacciavite. Io, che sono meno prudente e saggio di lui, dico che ci vuole il Caterpillar». Dal che un qualunque Sherlock Holmes può dedurre: uno, che tra i due era in atto una «rottura»; due: che superarla non era stato uno scherzo e tre: sulle cose da fare c’erano idee molto, ma molto diverse. Una disparità di opinioni che si è concretizzata con il «caso Cancellieri»: Matteo chiede le dimissioni del ministro della Giustizia «anche senza avviso di garanzia» ed Enrico la blinda punto e basta. Solo qualche giorno fa Renzi ha dichiarato: «Al governo nessuno sgambetto, ma deve usare le nostre idee». E ora siamo all’ultimatum: «Riforme, lavoro, Europa o il Pd esce dalla maggioranza». Altro che sgambetto.

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