Politica

Ma Barbara è la carta anche per la politica

Dopo l’addio dell’Ad il Cav è sempre più solo E per questo si affida totalmente ai figli

A vederlo la domenica sulle tribune degli stadi di tutta Italia seguire il suo Milan con lo sguardo di chi culla un figlio amatissimo e a ogni gol realizzato da uno dei tanti funamboli del calcio che in ventisei anni ha portato in rossonero, lanciare urla forsennate e quasi disumane, gli occhi fuori dalle orbite a sprizzare gioia e soddisfazione, non avresti mai immaginato che sulla sua lunga vicenda di dirigente calcistico sarebbe tramontato il sole. Dalla prossima stagione Adriano Galliani, plenipotenziario di Berlusconi alla guida del Milan, un po' Schrek con grandi orecchie a sventola, un po' zio Fester dal capoccione senza l'ombra di un capello, settanta anni all'anagrafe, oltre trenta di fedeltà a una maglia e al pigmalione che ne è proprietario, non si sbraccerà più, non sarà più il presidente operativo della squadra. Con un gesto di grande dignità, in un Paese in cui quasi nessuno si dimette, si è dato gli otto giorni da solo, di fatto, si è dichiarato decaduto volontario, in qualche modo come Berlusconi, che invece di decadere non ne aveva proprio voglia. Galliani non avrà certamente una Francesca Pascale che per lui chiederebbe persino udienza al Papa, ma è certo che fra qualche giorno Berlusconi avrà certamente un fedelissimo in meno. Insomma, resterà un poco più solo. Il Cavaliere sta vivendo il dramma di tutti i grandi che nella solitudine scontano gli errori commessi o che sono stati costretti a commettere. È proprio in questi momenti tuttavia che si possono fare scelte prive della necessaria lucidità. Come un Crono del terzo millennio che non ha perduto la degenerata abitudine di divorare i propri figli, Berlusconi, dopo aver lasciato per strada Previti e Dell’Utri, fedeli della prima ora, ha scelto di scaricare Galliani per compiacere ancora una volta un membro della famiglia, Barbara, ha deciso all'improvviso di passare dal ruolo di tifosa a quello di dirigente del Milan, con competenze ancora tutte da dimostrare e con risultati ancora tutti da conseguire. La prossima plenipotenziaria del Milan, a proposito della decadenza del padre da senatore ha parlato di violenta estromissione. Con la stessa violenta delicatezza ha fatto mettere alla porta Galliani. La gratitudine resta il sentimento del giorno prima, in politica come nel calcio. Ma ritorna nelle decisioni di Berlusconi una costante che si replica quasi sempre nel momento delle scelte importanti, quella di vedere i figli assumere un ruolo determinante, influenzando decisamente lo svolgersi degli avvenimenti. Fu la primogenita Marina a convincere il padre a rinunciare alla collaborazione di Franco Tatò in Mondadori, due anni fa fu Barbara ad imporsi perché il calciatore Pato, suo compagno, non fosse ceduto, facendo perdere al Milan un affare di 35 milioni di euro, ora è la stessa Barbara a decidere, con l’assenso del padre, che la parentesi gestionale di Galliani dovesse considerarsi conclusa. In tutto questo convulso susseguirsi di avvenimenti, non è tuttavia azzardato vedere un risvolto politico tale da assicurarci qualche prossimo colpo di scena. Un Berlusconi di fatto impossibilitato a svolgere ogni attività di partito, convinto che il marchio di fabbrica rappresentato dal suo cognome sia nonostante tutto vincente, potrebbe avere accarezzato l’idea di essere sostituito al vertice delle liste di Forza Italia da una delle figlie. Marina, indicata come naturale erede del patrimonio politico ed elettorale del Cavaliere, ha fatto sapere di non essere interessata, ma lo stesso Berlusconi potrebbe non aver rinunciato al progetto di una successione familiare e perciò punterebbe su Barbara. Le successioni dinastiche poggiate esclusivamente sulla forza di un marchio, in questo caso di un cognome, non sempre sono però confortate dal successo. Né l’entusiasmo rottamatore è sempre sinonimo di effettivo cambiamento. Talvolta capire che la propria vicenda si è conclusa è molto più utile che illudersi che non sia così.

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