Politica

Tradiscono Silvio per le poltrone

Dei cinque sottosegretari di FI solo due hanno presentato le dimissioni Girlanda pronto a passare con il Ncd, Ferrazza e Archi si nascondono

Tu chiamale se vuoi... poltrone. Tutti si aspettavano che i sottosegretari entrati al governo in quota Pdl e poi passati all’opposizione con Forza Italia rassegnassero le proprie dimissioni. Ad auspicarlo per primo era stato proprio il premier Enrico Letta: «Mi aspetto atti conseguenti dai membri che sono al governo e che decidono di sostenere Forza Italia». Logico, no? Non proprio. Perché, a ieri sera, l’intenzione di fare un passo indietro era stata manifestata solo da due dei sei esponenti «governativi» berlusconiani: Jole Santelli, sottosegretario al Lavoro, e Gianfranco Miccichè, alla Semplificazione. Entrambi hanno consegnato la lettera di dimissioni nelle mani di Silvio Berlusconi. La Santelli va oltre: «Io mi aspetto che nasca un nuovo governo con un nuovo voto di fiducia, perché Letta e Napolitano non possono ignorare l’uscita di un partito dalla maggioranza». Gli altri quattro, in realtà, sono molto più cauti. Ce ne sono due, anzi, che hanno già deciso di tenersi stretta la poltrona. Menzione d’onore per Rocco Girlanda, sottosegretario alle Infrastrutture, che mercoledì al Senato era tra i più infervorati nel contestare la decadenza di Berlusconi. La notte, però, ha portato consiglio: «Lascio il ruolo di coordinatore di Fi in Umbria e resto sottosegretario» ha fatto sapere, riservandosi di decidere nei prossimi giorni se passare al Nuovo Centrodestra di Alfano. Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia, ha invece dalla sua il fatto di essere un «tecnico», seppur finito a via Arenula in quota «azzurra»: «Fino a quando sarò ritenuto utile resterò al mio posto» fa sapere. Spariti dai radar, invece, il viceministro agli Esteri Bruno Archi e il sottosegretario agli Affari regionali Walter Ferrazza. Il primo è alle prese con «impegni governativi» e non sarà di ritorno a Roma prima di domenica, il secondo fa trapelare l’intenzione di pubblicare un comunicato in serata per chiarire la sua posizione, ma al momento per Il Tempo di andare in stampa non ve n’è traccia. Comprensibile il suo imbarazzo: quando fu nominato sottosegretario persino lui faticò a capacitarsene. Anche se qualcuno malignò sul suo fidanzamento con la nipote di Giampiero Samorì, fondatore del Mir alleato al Pdl alle elezioni e portatore di 80 mila voti, pari allo 0,24% dei consensi. Direbbero a Roma: e quanno je ricapita? A rimanere certamente al loro posto saranno invece i vari presidenti di commissione di Forza Italia. Tra loro Daniele Capezzone (Finanze alla Camera) e Nitto Palma (Giustizia al Senato). Le loro poltrone fanno gola a Scelta Civica, anziosa di ristabilire gli equilibri in Parlamento dopo lo strappo di Fi. Ma i precedenti insegnano che mai un presidente di commissione passato all’opposizione si è dimesso. È il caso della finiana Giulia Bongiorno, che dalla commissione Giustizia, a sentire i forzisti, ostacolò in ogni modo la riforma del Pdl. Un caso che, peraltro, dà anche la misura di come il Cav potrebbe usare i suoi uomini rimasti nel «Palazzo» per rendere la vita difficile a Letta e Alfano.

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