«Alla fine, fatta salva quest’ultima sentenza (Mediaset, ndr), che si deve in un certo senso a un cambiamento di clima oltre che a una valutazione strettamente giuridica, le tante, innumerevoli iniziative giudiziarie nei confronti di Silvio Berlusconi hanno ottenuto risposte favorevoli alla difesa o, comunque, sono state considerate meritevoli di approfondimenti così lunghi da sfociare, poi, nella prescrizione. Certo è che non mi è mai capitato di assistere a un numero tanto rilevante di inchieste nei confronti di una sola persona, per di più presidente del Consiglio». Gaetano Pecorella è lo storico ex difensore del Cavaliere. Parlamentare per più legislature, nel 2012 abbandona il Pdl in polemica coi vertici del partito («Cercavo maggiore democrazia, più dibattito interno») per passare coi montiani. Oggi, è tornato alla professione forense. E da avvocato ha letto l’inchiesta de Il Tempo sulla guerra (giudiziaria) dei vent’anni all’ex premier. «Effettivamente, sono rimasto colpito anche se voglio essere sincero fino in fondo distinguendo ruoli e responsabilità dei protagonisti». Ovvero? «Il più delle volte, i giudici non solo hanno accertato che le iniziative giudiziarie dei pubblici ministeri contro Berlusconi non avevano fondamento, assolvendolo, ma hanno anche comunque garantito tutte le possibilità della difesa». Prescrizione compresa? «La prescrizione non significa: "Abbiamo accertato che è colpevole, ma non possiamo condannarlo". Tutt’altro. Significa: "Non abbiamo fatto in tempo ad accertare nulla". E anche questi esiti processuali sono scaturiti dalle garanzie offerte dai giudici. Per questo, quando sento attacchi generalizzati alla magistratura ritengo che si faccia non solo un errore politico, ma anche storico». Le leggi ad personam facevano parte della strategia difensiva del Cav? Considerato l’epilogo, non è che abbiano avuto tutto questo successo. «I famosi lodi erano certamente ad personam, ma avevano proprio la funzione di consentire a Berlusconi di governare e poi, finita questa fase, di essere processato. Di fronte a un’aria giudiziaria pesante, l’approvazione di leggi che consentissero al Paese di avere un Governo stabile, senza nulla togliere alla giustizia e, quindi, senza che si maturasse la prescrizione e si toccassero i principi del sistema, mi sembrava una scelta fondata. Esiste uno squilibrio dei poteri tra la politica e una parte della magistratura. L’ultimo procuratore dell’ultima procura d’Italia può far cadere un governo». A proposito di principi: un cardine del diritto è l’irretroattività. Con la legge Severino per il Cav questo principio non vale più? «Sono abbastanza convinto che non ci fosse una situazione di retroattività. Ma siccome la questione è molto controversa e anche illustri docenti e giuristi hanno espresso opinioni e indirizzi diversi, l’unica cosa corretta da fare, come peraltro aveva subito sostenuto Luciano Violante, sarebbe stata appellarsi a un soggetto esterno al Parlamento, ovvero alla Corte Costituzionale. E questo sia per ottenere una valutazione tecnica ma anche e soprattutto per non dare l’impressione, dal punto di vista politico, che una parte del Parlamento volesse estrometterne un'altra. D’altronde, l’ipotesi di irretroattività della legge Severino si basa su un fondamento liberale molto forte che prevede che a nessuno si può applicare una legge che non era in vigore nel momento in cui il fatto è accaduto». Se lo aspettava, quindi, questo epilogo? «Una volta intervenuta la sentenza definitiva, l’effetto della decadenza da parlamentare era nelle cose». Tornerebbe a difendere Berlusconi ora che non è più un parlamentare? «Assolutamente sì. Non ho mai avuto contrasti sul piano personale o professionale con lui. Non ho condiviso alcune impostazioni sul piano politico e alcune strategie nei processi. Ma oggi non ho motivo di dire che non lo difenderei di nuovo». Restiamo alle strategie processuali del Cav: se dovesse dar loro un voto, quale sarebbe? «Non intendo giudicare i colleghi e non voglio dare voti. Io vedevo le cose in modo diverso. Certo, avrei attenuato i toni nel processo Ruby e lo avrei impostato molto di più sulle questioni giuridiche che non sulle ricostruzioni dei fatti, sempre molto problematiche. Ogni difensore ha una sua visione delle cose». Che tipo di imputato è Silvio Berlusconi? «Tende a delegare completamente al proprio difensore le iniziative e le scelte processuali. Almeno, questo è ciò che riguarda il mio caso. Quando però deve entrare in scena è straordinario. Ricordo che, in occasione del processo Sme, lo incontrammo e, in un pomeriggio, riuscì a mettere a fuoco i punti fondamentali ricordandosene il giorno dopo. È un buon cliente, comunque. Non è di quelli che pretende di sostituirsi all’avvocato».
«Condannato e decaduto? Io l’avrei difeso in modo diverso»
Simone Di Meo «Alla fine, fatta salva quest’ultima sentenza (Mediaset, ndr), che si deve in un certo senso a un cambiamento di clima oltre che a una valutazione strettamente giuridica, le tante,...
