Presenza di cavità sotterranee, disfunzioni alla rete dei sottoservizi e piogge intense: Roma e più in generale il Lazio, prima regione italiana per aree a rischio sprofondamento, concentrano nei loro confini molti dei fattori che continuano a causare «sinkhole», voragini e sprofondamenti di origine antropica appunto, fenomeni legati anche all’andamento delle condizioni climatiche. Fuori dai tecnicismi, più piove e più il sottosuolo, laddove non si presenta compatto bensì come un dedalo di cunicoli e gallerie, potrebbe cedere senza alcun preavviso evidente: si spiegano così, del resto, i numerosi casi di voragini aperte nella Capitale, ben 84 solo dall’inizio dell’anno, un quadro in netto peggioramento rispetto alle statistiche del 2011 e 2012. Complessivamente l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha censito 1.839 manifestazioni di dissesto, dal 1884 ad oggi, all’interno del Grande raccordo anulare. Il Comune di Roma è corso ai ripari ingaggiando nuovi geologi, che recentemente sono così saliti da uno a cinque, mentre la Regione Lazio ha adottato la prima carta di ubicazione di «sinkhole» imponendo norme più restrittive per le nuove edificazioni: primi passi, che rispondono solo in parte «all’emergenza sprofondamenti» che, come detto, è in atto anche a Roma. Come spiega Stefania Nisio, primo tecnologo Ispra che ha contribuito alla redazione della prima «Carta della suscettibilità agli sprofondamenti antropogenici» di Roma e del Lazio «la formazione di nuove voragini è fortemente connessa alle condizioni idrogeologiche del territorio». «Tra le cause delle voragini - continua la Nisio - vanno distinti fattori predisponenti e innescanti, nel primo caso includiamo presenza di cavità nel sottosuolo e perdite nella rete dei sottoservizi, nel secondo piogge come quelle intense di questi giorni ed eventi sismici: non essendo Roma considerata a rischio dal punto di vista sismico, è evidente che ogni volta che ci sono precipitazioni importanti si ha un riscontro sulle voragini che si formano». Infatti, come anticipato, i dati non sono rassicuranti. Mentre il Lazio si conferma al primo posto in Italia per «sinkhole» naturali, Roma ha battuto anche se stessa col record negativo di 84 voragini aperte in città nel 2013 e 10 altri dissesti segnalati. Erano «solo» 44 nel 2011, e 72 nel 2012. Le aree considerate potenzialmente a rischio restano invece le stesse, Prenestino-Acqua Bullicante, l’Appio latino, Quadraro e Tuscolano, il centro storico tra Termini e piazza Fiume, Ponte Galeria e Magliana. Si tratta di zone «fragili» per loro stessa conformazione, cunicoli o gallerie sotterranee come nel caso del Quadraro o della pancia dell’Aventino, oppure in seguito all’intervento dell’uomo, che tra scavi attività estrattiva e urbanizzazione ha contribuito a ìsvuotare» le fondamenta della città. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: quest’anno particolarmente colpiti sono stati Monte Mario (Municipio XIV) con una media di 16 voragini aperte, quasi due al mese, centro storico (9 voragini) e il quadrante Prenestino-Tiburtino-Tuscolano (Municipio V) con 8 voragini. Rispetto al passato, qualcosa - insieme al terreno - si è mosso. Appurato che «tappare» gli sprofondamenti col cemento non potesse essere risolutivo, in molte situazioni del resto i problemi si ripresentavano a distanza di pochi mesi, oggi ogni qualvolta si apre una nuova voragine si interpellano i geologi: «Di norma scendiamo giù - continua la Nisio - e ispezioniamo tutta l’area, ci sono casi in cui è sufficiente chiudere il sito con una miscela e ripristinare la strada, altri in cui non è possibile perché magari scopriamo che la voragine è molto estesa, quindi è necessario realizzare opere di sostegno, tiranti: buttare cemento senza indagare, come si faceva prima, non risolve il problema». Rispetto al futuro, in ogni caso, ci sono poche certezze: «Dal punto di vista della prevenzione, è necessario mappare le cavità sotterranee ed avere maggiore cura della rete di sottoservizi specie nelle aree considerate più fragili: una banale perdita d’acqua, magari in caso di pioggia copiosa e di un terreno con diverse cavità, può compromettere la stabilità». Sul piano pratico «le nuove direttive della Regione Lazio impongono, in seguito all’ultimo censimento di sinkhole, norme più restrittive per le edificazioni: a Roma, in passato, si è costruito sul vuoto, poi col tempo alcune aree sono state bonificate, altre no».
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