«Il cupio dissolvi non porta da nessuna parte». Il premier Enrico Letta capisce che la situazione potrebbe precipitare da un momento all’altro. La decadenza di Berlusconi e la probabile vittoria di Matteo Renzi al congresso del Pd rischiano di mettere a rischio la vita dell’esecutivo. Troppo rischioso arrivare all’8 dicembre. Meglio anticipare allora la crisi per tornare alle Camere e ottenere la fiducia con quella «nuova maggioranza politica» diversa da quella numerica. Per questo Letta da un lato puntella l’asse con il vicepremier Angelino Alfano (ormai ai ferri corti non solo con falchi e lealisti, ma anche con Silvio Berlusconi), dall’altro cerca di smorzare i toni, cercando di far ragionare il Cav. Da La Valletta il premier chiarisce nuovamente che la vicenda personale di Berlusconi deve restare separata dalle sorti del governo. «Capisco che ci sia delusione, ma il cupio dissolvi non porta da nessuna parte - dice Letta da Malta - Continuo a non vedere quali alternative serie ci siano alla situazione attuale. Far scendere l’aereo non serve a niente e nessuno, non cambia niente neanche per il Pdl. È necessario guidare fino all’obbiettivo del 2014, con una legge di stabilità che deve portare effetti». Dunque, insiste, «mischiare le due vicende non porta da nessuna parte. L’ho detto fin dall’inizio a Berlusconi e l’ho ribadito nei due passaggi della fiducia. Le due vicende vanno separate e se non si separano non c’è guadagno per nessuno, solo avvitamento della crisi. La mia linea rimane quella e sono molto determinato». Letta sa però che il margine di trattativa con Berlusconi è minimo. E per questo punta a blindare l’asse con Alfano, che dopo aver chiesto al Cav di non far cadere il governo in caso di decadenza s’è visto sbattere la porta in faccia. Ma i numeri al Senato sono ancora dalla parte dell’«Alfetta». Letta nutre completa fiducia nel ministro dell’Interno e oggi i governativi del Pdl firmeranno un nuovo documento a sostegno dell’esecutivo. Nella lettera, sottoscritta dalla metà dei componenti della direzione nazionale Pdl, si ribadisce l’intenzione di sostenere il governo anche in caso di decadenza di Berlusconi. Di fatto, è l’inizio della scissione all’interno della nascitura Fi. Falchi e lealisti del Pdl lo sanno e alzano il tiro. «Su Berlusconi il presidente del Consiglio, Enrico Letta, è ingrato e masochista. Ingrato perché è stato Berlusconi a volerlo premier e a volere le larghe intese, masochista perché segna di fatto la fine della maggioranza delle larghe intese», tuona il capogruppo Pdl alla Camera Renato Brunetta. Daniele Capezzone va giù duro: «È incomprensibile che Letta prosegua in una sequenza di dichiarazioni provocatorie contro un leader che ha consentito la nascita e consente la durata del suo governo. Si vuole caricare sulle spalle di Berlusconi quello che invece è un doppio atto ostile da parte della sinistra nei suoi confronti: per un verso, con le tasse sulla casa, e per altro verso con il voto sulla decadenza». I governativi però non cedono d’un millimetro. E anche un berlusconiano di ferro come Fabrizio Cicchitto oggi prende le distanze dalla linea politica dell’ex premier e blinda la fiducia all’esecutivo: «Ci dispiace moltissimo, ma non condividiamo la posizione di Berlusconi che ha fatto sua la posizione degli estremisti e che vuole far cadere a tutti i costi il governo. La caduta del governo provocata dal Pdl per puntare a elezioni immediate, peraltro improbabili, sarebbe solo un favore al Pd: il Pdl avrebbe l’handicap di aver provocato una crisi di governo con conseguenze assai negative dal punto di vista economico e finanziario, si assumerebbe la responsabilità della mancata realizzazione delle riforme e non avrebbe nemmeno un candidato premier: Berlusconi non si può presentare, Alfano è contestato dai falchi, altre candidature non sono maturate. Molto meglio allora andare avanti fino al 2015, fare le riforme istituzionali e una nuova legge elettorale, avviare una politica economica per la crescita, e avere il tempo per rilanciare un nuovo grande centrodestra che aggreghi tutte le forze disponibili, sia sulla destra che sul centro, e che, se si evitasse la rottura, si potrebbe fondare sul binomio Berlusconi-Alfano». Cicchitto non vuol sentire parlare di «tradimento», né accetta i paragoni con Fini e «altri inutili anatemi. Restiamo nel centrodestra, ma Berlusconi rovescia all’improvviso la posizione che lo portò a far nascere il governo Letta-Alfano, commettendo un grave errore politico: allora Berlusconi affermò la distinzione fra l’appoggio ad un governo Pdl-Pd-Scelta Civica e la battaglia contro l’uso politico della giustizia e quella intorno alle sue vicende giudiziarie». Per Cicchitto «è sacrosanto battersi contro la decadenza» ma bisognerà fare i conti con l’interdizione «con serietà, realismo e senza demagogia». Carlo Giovanardi sintetizza il discorso: «La loro teoria (dei falchi ndr.) che finito Berlusconi non ci sia più niente al mondo non è vera. Il mondo continua. Quando se ne va un Papa non è che chiude la Chiesa Cattolica». «Meglio essere estremisti nel rispetto degli impegni assunti con gli elettori, come Berlusconi è sempre stato, che estremisti nell’attaccamento al potere come predica Cicchitto», reagisce dura la lealista Stefania Prestigiacomo. Maurizio Gasparri non si rassegna all’idea della scissione e persevera nella mediazione: «Dobbiamo trovare assolutamente una soluzione unitaria, sarebbe assurdo il contrario, riconoscendo però la leadership di Berlusconi senza frazionamenti e divisioni all’interno del partito. Sul governo discuteremo, ma l’aggressione giudiziaria a Berlusconi riguarda tutti noi». «Il confronto interno al Pdl riguarda il modo di affrontare la faticosa transizione economica, sociale e istituzionale dell’Italia, unitamente alla prospettiva del centrodestra italiano - dice Maurizio Sacconi - Per molti di noi la fine anticipata della legislatura oltre a essere un regalo straordinario alla sinistra di Renzi, rappresenterebbe una vera e propria crisi di sistema. Ma, soprattutto, la crisi istituzionale si aggiungerebbe pesantemente alle difficoltà di una società che faticosamente sta ritrovando la via della ripartenza. Il centrodestra entrerebbe così in conflitto con i corpi sociali che tradizionalmente lo hanno sostenuto, pagherebbe un prezzo elevato per la fine traumatica della Seconda Repubblica, rinuncerebbe per anni a una prospettiva maggioritaria, non si metterebbe in condizioni più idonee ad affrontare l’anomalia giudiziaria. Per quanto opinabili i temi proposti sono in tutto e per tutto politici e non meritano quale risposta soltanto invettive o generici appelli all’unità».
Il Pdl tra decadenza e fiducia al governo
Resa dei conti in vista nel partito. La scissione tra «governativi» e «lealisti» è inevitabile per salvare l'esecutivo Letta.Il premier: «La crisi non conviene neanche al Cavaliere»
