Oggi che Nicola Cosentino è tornato a essere un uomo libero, è utile guardare ai numeri soprattutto. L’ex sottosegretario all’Economia, accusato dai pentiti di essere il «referente politico nazionale dei Casalesi», ha trascorso in carcere 131 giorni. C’è entrato, nel penitenziario di Secondigliano a Napoli, nel marzo scorso, all’indomani dell’insediamento delle nuove Camere. E ne è uscito il 27 luglio, quando la Cassazione ha disposto per lui gli arresti domiciliari. La detenzione casalinga, prima in provincia di Isernia e poi nella sua abitazione casertana, è durata su per giù altri cinque mesi. E siamo a otto. Otto mesi. Quasi un anno di carcerazione preventiva per due inchieste che si reggono sulla gambe gracili dei verbali dei collaboratori di giustizia e che, nelle ultime settimane, si stanno ulteriormente ridimensionando. Per la precisione, sono 240 giorni. O, per essere proprio pignoli, 5.760 ore di custodia cautelare. Quando esplosero le inchieste a carico dell’allora coordinatore regionale del Pdl in Campania il quadro probatorio sembrava granitico. Impossibile da mettere in dubbio. Almeno apparentemente. Lo scenario tratteggiato dagli investigatori diceva che Cosentino era il politico di cui i tagliagole casertani si servivano, sponsorizzandolo a loro volta alle elezioni e assicurandogli il consenso sul territorio, per accrescere il loro potere criminale ed economico. Concorso esterno in associazione camorristica e corruzione e riciclaggio aggravati dalle finalità mafiose per la costruzione di un centro commerciale fantasma a Casal di Principe: sono questi i due procedimenti in cui è coinvolto «Nick ’o mericano». Dopo appena otto mesi (la relatività del tempo e della giustizia è proprio questa) i giudici dicono che non ci sono più esigenze cautelari e, quindi, Cosentino può tornare a camminare all’aria aperta. Per non essere tecnici, significa che il politico non è più un soggetto pericoloso. È escluso, insomma, che possa reiterare il reato, o che possa inquinare le prove (il processo per concorso esterno, addirittura, è quasi agli sgoccioli) o che, ancora, decida di fuggire. Allora, una domanda: possibile che un diavolo come Cosentino, secondo i pm, abbia perso tutto il suo sinistro potere nel giro di 32 settimane? Possibile che il «referente politico nazionale dei Casalesi» - parole dei magistrati che ne hanno ottenuto l’arresto - sia diventato un tranquillo incensurato (perché, finora, lo è) che non desta alcuna preoccupazione giudiziaria? Delle due l’una, a questo punto: o i giudici hanno deliberatamente rimesso in libertà un criminale o più semplicemente Cosentino, in carcere, non avrebbe proprio dovuto finirci. Perché non ci sono riscontri alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, il più attendibile dei quali si chiama Gaetano Vassallo ed è un cocainomane conclamato che si è contraddetto più volte nel corso degli interrogatori in udienza. Perché se davvero, come pensano i giudici, Cosentino è un «politico bruciato» dal clamore mediatico e dalla perdita delle funzioni politiche, la stessa riflessione poteva essere fatta quando l’ex deputato aveva lasciato l’incarico di coordinatore regionale del Pdl e di sottosegretario all’Economia e pure lo scranno a Montecitorio. Se è giusto il ragionamento, già allora non c’erano esigenze cautelari a suo carico. Eppure, sulla branda c’ha dormito comunque. D’altronde, se c’è qualcosa che la storia e la pubblicistica giudiziarie hanno insegnato è che il carcere scalfisce appena il potere che puzza di zolfo. Prendete un qualsiasi boss della camorra o di un’altra organizzazione criminale: per anni, restano confinati al 41bis perché non c’è altro strumento adeguato per arginarne la capacità delinquenziale. Nessun giudice si sognerebbe mai di rimandarli a casa perché sono venute a mancare le esigenze cautelari o perché, essendo finito nel tritacarne mediatico-giudiziario, per la Cupola è un soggetto poco affidabile. Le sbarre, in alcuni casi, si sa, sono appena sufficienti a impedire che le volontà di questi soggetti si trasformino in ordini e disposizioni da eseguire. Uno che viene presentato come il politico nazionale dei Casalesi e che perde però tutta la potenzialità criminale nel giro di otto mesi è un record tragicomico. Un po’ come quelle sentenze che affermano che si è amici di Cosa Nostra fino a un determinato anno e che, da quello successivo, si è completamente estranei alla malavita. Camorristi a scadenza, come lo yogurt.
Cosentino, camorrista a scadenza Pentiti flop e zero prove: è libero
Simone Di Meo Oggi che Nicola Cosentino è tornato a essere un uomo libero, è utile guardare ai numeri soprattutto. L’ex sottosegretario all’Economia, accusato dai pentiti di essere il «referente...
