Politica

I figli chiedono la grazia ma il Cav non ci crede

Berlusconi: «Mi hanno scavalcato, è tutto inutile» E a Vespa dice: Si sentono come gli ebrei sotto Hitler

Barbara Berlusconi, prima di balzare agli onori delle cronache, sportive, per il suo tentativo di ridisegnare l’assetto societario del Milan, si era segnalata per un’intervista all’ Huffington Post in cui, oltre a demolire il «cerchio magico» attorno al padre, aveva ribadito un concetto fondamentale: «Quando il fulcro della famiglia si è trovato in difficoltà, ci siamo stretti ancor di più attorno a lui». Niente di eclatante o particolarmente scandaloso. Ma quelle parole, rilette oggi, assumono un significato particolare. Perché il sostegno della famiglia è andata ben oltre la semplice vicinanza fisica e morale. I figli di Silvio Berlusconi, infatti, hanno ufficialmente presentato domanda di grazia al presidente Giorgio Napolitano. È stato lo stesso Cavaliere a confermare la notizia nei suoi colloqui privati. La voce era già circolata nelle scorse settimane ma, si raccontava, quando si erano presentati a villa San Martino con la richiesta firmata, il Cav li aveva bloccati. Loro, testardi, lo hanno scavalcato. «Hanno deciso di presentare domanda di grazia a Napolitano contro il mio volere - ha detto parlando ai suoi interlocutori -. Mi hanno scavalcato. Ma tanto non risolveranno nulla». «Lui - ha aggiunto - potrebbe darla sono a due condizioni: che sia io a chiederla e che prometta di uscire definitivamente dalla politica. Quindi stanno sprecando il loro tempo e la loro faccia». Un’analisi impietosa che però non cancella il dato: la domanda c’è e, come detto da Berlusconi a Bruno Vespa nel suo ultimo libro (uscirà venerdì 8 novembre ndr ), «Napolitano sarebbe ancora in tempo a concederla». Anche se dalle parti dell’ex premier non si crede molto a questa possibilità. I suoi figli, però, continuano loro malgrado a rimanere al centro del dibattito. E a far discutere è, ancora una volta, una frase affidata a Vespa. Nell’ennesima anticipazione il Cavaliere si avventura in un paragone piuttosto ardito: «I miei figli dicono di sentirsi come dovevano sentirsi le famiglie ebree in Germania durante il regime di Hitler. Abbiamo davvero tutti addosso...». Parole forti che scatenano l’immediata reazione della politica e degli esponenti della comunità ebraica. «Non credo che Berlusconi debba scuse agli ebrei ma semmai a se stesso - commenta il presidente della comunità romana, Riccardo Pacifici - Rimango basito è un paragone che pur considerando il clima, su cui non entro nel merito, dal punto di vista storico è alquanto fuori luogo. Le famiglie ebraiche dopo essere state discriminate, intimidite, venivano catturate e uccise, tutti, bambini compresi. Non c’erano processi né tribunali, non c’era appello. A questo punto forse sarebbe più interessante sentire direttamente i figli, come si sentono dopo questo paragone». Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna: «La vita degli ebrei d’Europa sotto il nazismo fu segnata da un vortice nero di violenza, persecuzione, morte. Ogni paragone con le vicende della famiglia Berlusconi è quindi non soltanto inappropriato e incomprensibile ma anche offensivo della memoria di chi fu privato di ogni diritto e, dopo atroci e indicibili sofferenze, della vita stessa». Per tutta la giornata si susseguono le telefonate. Vespa fa da «mediatore» tra gli esponenti della comunità e Palazzo Grazioli. Nessun contatto diretto con il Cavaliere che però, in serata, dirama una nota: «Una polemica smaccatamente strumentale su una frase estrapolata da un ampio contesto. La mia storia, la mia amicizia verso Israele, la mia coerente azione di governo sul piano internazionale in favore dello Stato di Israele, non consentono alcun dubbio sulla mia consapevolezza della tragedia dell’Olocausto e sul mio rispetto del popolo ebraico». Il giornalista darà subito conto della «rettifica» nell’e-book, quindi la correzione troverà posto nella seconda edizione del libro. Da una polemica all’altra i riflettori si spostano al Senato dove il Pdl continua a dare battaglia sulla decadenza del Cav. Ieri doveva tenersi l’ufficio di presidenza del Senato convocato per esaminare quanto accaduto nella Giunta per le elezioni lo scorso 4 ottobre. Quel giorno i senatori votarono, a maggioranza, a favore della decadenza ma durante la Camera di consiglio alcuni di loro, tra cui il grillino Vito Crimi, violarono l’obbligo di segretezza postando commenti sui social network. Per la presidenza di Palazzo Madama la vicenda è già chiusa impossibile rimettere in discussione la decisione presa dalla Giunta. Ma il Pdl non è d’accordo e ieri, assieme a Lega e Gal, ha fatto mancare il numero legale. Così la riunione è stata sospesa. La questione resta più che mai aperta.

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