Scomoda la poltrona di ministro della Giustizia. E non solo per l’attuale titolare Anna Maria Cancellieri, alle prese con il caso della scarcerazione di Giulia Ligresti e con le antipatiche intercettazioni dell’inchiesta FonSai. Lunga è la lista delle polemiche e dei veleni che hanno accompagnato i suoi predecessori. A cominciare da Angelino Alfano, il cui nome comparve in alcuni verbali del pentito di mafia Ignazio Gagliardo che parlò di un presunto accordo politico-mafioso tra la famiglia dell’allora Guardasigilli e Cosa Nostra. La notizia, priva di fondamento, rimarrà lettera morta nei processi palermitani alla Cupola. Angelino lascerà comunque via Arenula anzitempo perché chiamato da Berlusconi a fare il segretario del Pdl. Ancor prima, Clemente Mastella fu massacrato nell’inchiesta Why Not dell’allora pm Luigi de Magistris. A Catanzaro, il leader dell’Udeur finì nei guai per alcune telefonate intercettate con l’imprenditore Antonio Saladino, ma venne poi archiviato dal gip per mancanza assoluta di indizi a suo carico. Da Guardasigilli dovette assistere anche all’arresto della moglie Sandra in un’inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere in cui era egli stesso coinvolto insieme ai vertici campani del partito. Le sue dimissioni provocarono la caduta del Governo Prodi nel 2008. Ma solo nell’ottobre 2013 Why Not sarà demolita dalla Cassazione. A ritroso: Roberto Castelli venne indagato due volte: per abuso d’ufficio in relazione ad alcune consulenze a una società informatica e per omissione d’atti d’ufficio circa l’estradizione di un boss mafioso. Nel primo caso, il ministro eviterà il prosieguo dell’inchiesta grazie all’autorizzazione negata dal Senato nel 2007, salvo poi essere condannato a risarcire 100mila euro dalla Corte dei Conti. Nel secondo, invece, saranno gli stessi pm a chiedere l’archiviazione. Oliviero Diliberto si ritrovò invece sui carboni ardenti per il rimpatrio di Silvia Baraldini, condannata negli Usa a 43 anni di carcere per associazione sovversiva. Appena un anno dopo il ritorno in Italia e in violazione delle garanzie chieste dagli americani, la Baraldini ottenne gli arresti domiciliari. Filippo Mancuso e Alfredo Biondi dovettero, invece, vedersela con le furiose polemiche seguite (per il primo) alle ripetute ispezioni nei confronti del Pool di Mani pulite e (per il secondo) al famigerato «decreto salvaladri» che favoriva gli arresti domiciliari, invece che la detenzione in carcere, per i casi di corruzione. Arriviamo così agli anni Novanta, gli anni della lotta a Cosa Nostra. Il nome di Giovanni Conso spunta oggi nell’inchiesta sulla Trattativa per il mancato rinnovo del carcere duro a 140 mafiosi, presunta contropartita offerta dallo Stato alla mafia per far cessare gli attentati. Mentre di Claudio Martelli parleranno, dopo la sua permanenza in via Arenula, i pentiti Siino, Giuffrè e Spatuzza circa un presunto accordo elettorale con l’ex delfino di Craxi che pure aveva dovuto subire gli attacchi del mondo giudiziario per aver portato Giovanni Falcone al Ministero. Oggi Martelli è tra i testi d’accusa nel processo sulla Trattativa. La maledizione del Guardasigilli non ha risparmiato Paola Severino, inseguita dalle polemiche sulla retroattività della legge che porta il suo nome, e Francesco Nitto Palma, crocifisso per la sua vicinanza a Berlusconi ai tempi di via Arenula. Palma sarà poi ulteriormente bersagliato dalle critiche per la visita in carcere all’ex coordinatore regionale del Pdl Nicola Cosentino prima di diventare presidente della commissione Giustizia del Senato.
La maledizione di Via Arenula
Chi siede sulla poltrona più alta del ministero rischia. Sempre Nei guai per intercettazioni, pentiti, inchieste flop e ispezioni
