Politica

Un cazzotto all’indifferenza

di Gian Marco Chiocci Convinti dell’efficacia del cazzotto allo stomaco tirato ieri all’opinione pubblica con la pubblicazione dei nomi degli ultimi 271 detenuti morti in cella, insistiamo....

Convinti dell’efficacia del cazzotto allo stomaco tirato ieri all’opinione pubblica con la pubblicazione dei nomi degli ultimi 271 detenuti morti in cella, insistiamo. Pubblicandoli tutti dal 2000 a oggi. Se oggi ci occupiamo della Cancellieri lo facciamo solo incidentalmente perché preferiamo parlare di cose di cui si continua a non parlare pur essendo il carcere, la carcerazione preventiva e la ministra, l’argomento del giorno. Evitiamo di partecipare alla lapidazione della signora Anna Maria che da Guardasigilli si è fatta beccare al telefono a occuparsi della drammatica situazione di una detenuta amica di famiglia. E ci concentriamo, invece, su metastasi penitenziarie che non si vogliono operare. Sulle tante, tantissime, persone che non si chiamano Giulia Ligresti e si riducono a larve in una gabbia due metri per due. Sugli ultimi. I dimenticati, i senza Dio, i moribondi, gli inabili, i tossicodipendenti, i clandestini, gli svitati, gli innocenti in attesa di giudizio, insomma i «non raccomandati» che marciscono, muoiono, e per statistica, moriranno presto, nelle fatiscenti galere italiane. Uomini e donne sui quali nessuno, tranne le rare eccezioni radicali, il Papa, i Ferrara e i Manconi di turno, presta attenzione. E siccome contrastiamo l’ipocrisia forcaiola quanto il garantismo un tanto al chilo, crediamo che il modo più giusto di rappresentare la realtà delle galere (che va molto oltre la raccomandazione della Cancellieri) sia quello di tirarlo in faccia il cazzotto. Per lasciare il segno in tutti voi. I nomi che leggerete nelle pagine 2 e 3 corrispondono ad altrettante croci al camposanto. Presi uno per uno, quando crepano, sui giornali non dicono niente. Ma tutt’insieme, incisi nella lapide dell’indifferenza carceraria, raccontano lo stato della giustizia di questo Paese. Come ricordava ieri il nostro Nicola Imberti, da più di dieci anni, un giorno sì e uno no, c’è un recluso che esce dal carcere dentro una cassa di legno. Una volta a settimana un altro si toglie la vita. Persino le guardie preferiscono tirarsi una revolverata al cervello oppure annodarsi uno stracio intorno al collo. Duemila morti sono tanti. Sono troppi. Bussano alla vostra coscienza. Se ne avete una, provate a riflettere qualche minuto anziché correre subito a voltar pagina per godere comunque della magica Roma o imprecare sulla povera Lazio.

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