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Nel Frusinate svernavano i boss in fuga

A CassinoSecondo il pentito Schiavone sarebbero stati reinvestiti i proventi illeciti del traffico di rifiuti Nel 1996 a Patrica venne segnalato l’interramento di bidoni nocivi in arrivo da Gran Bretagna e Croazia

Nel Frusinate svernavano i boss in fuga

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Smaltimento illecito di rifiuti e riciclaggio. Fusti tossici interrati lungo l’autostrada del Sole, la linea ad Alta Velocità e, infine, una banca nella quale «ripulire» i proventi dell’attività criminale. Il frusinate, provincia cuscinetto tra Roma e Napoli, eletta dal clan dei Casalesi, dalle cosche calabre e dalla malavita romana, come «porto franco».

Così Carmine Schiavone, ex boss e oggi pentito, descrive l’ex terra di Lavoro, in uno dei suoi tanti interrogatori fiume. Un’area di quiete confinante con la provincia di Caserta e necessaria a consentire lo «svernamento» dei boss in fuga. Setola è stato arrestato a Mignano Montelungo, un comune dell’alto casertano che dista dieci chilometri da Cassino. Qui, nella città martire, a soggiorno obbligato c’è stato per tanti anni Luigi Venosa, il sanguinario killer di Casapesenna e oggi al 41 bis. Deve scontare diversi ergasoli. O’ cocchiere viveva nella centrale via Garigliano come un normale imprenditore edile in pensione. Ogni giorno si recava a firmare il registro delle presenze e nello stesso tempo gestiva il traffico di droga e delle estorsioni nella sua terra.

Le parole di Carmine Schiavone hanno portato alla luce lo spaccato di una provincia molto più vicina all’omertà che alla voglia di legalità. All’ombra dell’abbazia più conosciuta al mondo si sarebbero sviluppati gli interessi del clan malativoso più potente al mondo. A Cassino, come racconta sempre Schiavone, sarebbero stati reinvestiti i proventi illeciti del traffico dei rifiuti. Il collaboratore di giustizia nella dichiarazioni rilasciate alla magistratura napoletana non lascia spazio a dubbi: «Nel 1994 l’avvocato Cipriano Chianese era impegnato nell’attività di apertura di una banca a Cassino dove sarebbero stati reinvestiti i proventi illeciti del traffico di rifiuti». Quella banca, secondo il collaboratore di Giustizia e come vergato in un’informativa scritta dalla Criminalpol che porta la data del 1996, è la mai aperta Banca Industriale del Lazio che, qualche giorno prima dell’apertura, nel maggio del 1994 appunto, viene sequestrata dall’antimafia e dal Gico della Finanza. L’intero Consiglio d’Amministrazione venne indagato dall’Antimafia per riciclaggio e associazione mafiosa. Un capitale sociale composto da venticinque miliardi di vecchie lire. La banca contava 738 soci e numerosi influenti finanziatori tra cui Cipriano Chianese che possedeva cinquemila azioni per 600 milioni di lire; la stessa cifra possedevano suoi stretti familiari insieme agli amministratori delegati di tre finanziarie. Negli anni successivi la DDA di Roma derubricò il reato che, per competenza venne trattato dalle Procure territoriali. I sei indagati sono stati tutti assolti. La Banca d’Italia, però, ha revocato l’autorizzazione alla Bil. Nelle 63 pagine di verbale dell’audizione Schiavone parla ancora di ambiente. Al presidente di quella Commissione nella tredicesima legistaura, Massimo Scalia, al deputato Gianfranco Saraca, e ai senatori Giovanni Lubrano di Ricco, Roberto Napoli e Giuseppe Specchia, riferisce dei camion che partivano anche dalla Ciociaria (sette quelli citati nell’elenco consegnato al presidente della Commissione, con annessi numeri di targa e nomi delle società operanti per conto del clan) e diretti in Toscana, in Germania e nel nord Italia dove caricavano rifiuti tossici e nocivi che poi venivamo smaltiti nel sud. Alla precisa domanda del presidente Massimo Scalia sul ruolo della provincia di Frosinone in questa sconcertante vicenda di smaltimento illecito e criminale di fusti al veleno, il boss risponde: «Quando parlo di sud per noi Frosinone e Cassino sono il sud e quindi anche lì». Cita sostanze tossiche, come fanghi industriali, rifiuti di ogni tipo di lavorazione. Gli stessi temi che verranno trattati qualche giorno più tardi - è il 23 ottobre del 1997 - dal Sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, Luigi De Fichy, che venne ascoltato in audizione presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. ll magistrato evidenziò che, secondo alcune indagini, alcuni gruppi criminali avevano un controllo del territorio nelle zone di Cassino e Frosinone. Quell’audizione venne secretata ma Angelo Bonelli, all’epoca presidente della Commissione Criminalità della Regione Lazio, riferì di comunicazioni da parte delle forze dell’ordine inerenti siti e discariche localizzati lungo la tratta Roma-Napoli. A Patrica, nel 1996, venne segnalato un interramento di bidoni e di sversamento notturno da parte di camion provenienti dalla Gran Bretagna e dalla Croazia
. Lo stesso Bonelli riferisce anche di un’indagine della Guardia di Finanza di Frosinone e di Pavia inerente un sito, a Ceprano, dove sarebbero stati smaltiti decine di fusti tossici. L’ex onorevole regionale si riferisce alla vicenda Olivieri, l’ex azienda che nel 2010 è salita agli onori della cronaca nazionale: nel sottosuolo ed a due passi dal fiume Liri, sono stati rinvenuti dalle Fiamme Gialle ciociare, bidoni contenenti materiale altamente inquinante. Le stesse verifiche hanno riguardato i comuni di Pontecorvo (lungo la tratta Tav) e di Arpino. A distanza di dieci anni, nel 2007, la Digos di Frosinone e il Corpo Forestale dello Stato, bloccano nelle cave di Coreno Ausonio - nel Cassinate ed ai confini con le province di Latina e Caserta - l’arrivo di undici tir carichi di rifiuti e provenienti dalla Campania. Le montagne, cariche di marmo pregiatissimo e importanto in tutto il globo, per anni sono state regno incontrastato del clan dei Mendico e dei Bardellino. I riscontri della DDA di Napoli e della Procura di Cassino hanno portato ad accertare che nelle cave in disuso venivano scaricati rifiuti solidi urbani e speciali. E Schiavone nel 1996, torna a spiegare gli intrecci che legavano il clan dei Casalesi a Cassino ed al suo hinterland: «Che era affidato a Gennaro De Angelis, capozona oltre che venditore di veicoli. Gennaro rappresentava per noi un vero punto di riferimento per le attività di penetrazione e di investimento, si occupava di allacciare i contatti politici necessari a conoscere in anticipo le decisioni che sarebbero state prese in materia di urbanizzazione ed edificazione».

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