Di Beppe Grillo, vedendolo muovere e sentendolo parlare, non si sa mai dove finisca l’aspetto comico e cominci quello politico, o viceversa. Così ieri non ha sorpreso più di tanto la disinvoltura con la quale egli ha scambiato addirittura per un "risultato straordinario" il fatto di avere appena perduto in Trentino-Alto Adige più dei due terzi di quel 20 per cento dei voti conseguito nelle elezioni politiche di soli otto mesi fa. Un fatto "straordinario", appunto, nel senso che lui e il suo movimento possono indifferentemente piangerne o riderne, magari consolandosi solo con la botta presa da quelle parti anche dal centrodestra. E con la "stratosferica" possibilità di esordire con un consigliere in una regione dove prima era del tutto assente. Magari si saranno accontentati ieri anche i senatori pentastellati sentendosi accomunati agli arredi del loro gruppo, dove Grillo si è improvvisamente recato dicendo ironicamente ai cronisti di volerne vedere, appunto, "l’arredamento". D’altronde, solo con gli arredi si può fare ciò che il comico genovese ha mostrato ripetutamente con i parlamentari da lui nominati grazie al porcellesco sistema delle liste bloccate, al pari degli altri partiti. Che però si fermano lì, senza pretendere di insultare e di cacciare poi i dissidenti con le sbrigative procedure delle consultazioni di iscritti e militanti via internet. Procedure che non fanno sconti neppure quando a chi dissente viene riconosciuto, nel merito, di poter dire anche "cose sensate", com’è capitato ieri al comico, bontà sua, di riconoscere dopo la visita al gruppo. Il guaio è che Grillo scambia o tratta come suppellettile anche i fatti, per cui li rimuove o li deforma a suo totale piacimento per condurre la polemica di turno. Così il capo dello Stato, passato in pochi mesi nella rappresentazione grillina da innocuo "Morfeo" a pericoloso eversore, meritevole di finire davanti alla Corte Costituzionale per alto tradimento, è stato riproposto come un "signore anziano" impegnato a tessere la nuova legge elettorale. In tempi in cui, tra un’omelia, un discorso improvvisato, un’intervista e quant’altro del buon Francesco felicemente regnante in Vaticano, è a rischio anche la già logorata infallibilità del Papa, non si può certamente pretendere da Grillo, e da nessun altro, un rispetto sacrale, assoluto del presidente della Repubblica. E neppure vietare di farne il nome, come fanno con ridicolo eccesso di zelo nelle aule parlamentari i presidenti della Camera e del Senato ogni volta che sentono citarlo senza la dovuta o attesa deferenza. Né si può onestamente contestare a Grillo la validità della protesta da lui levatasi nei giorni scorsi contro l’improvviso e inusuale vertice della maggioranza indetto e presieduto al Quirinale da Napolitano sulla riforma elettorale, con la partecipazione di due ministri, dei capigruppo governativi e del presidente della commissione del Senato che di quella riforma si sta occupando. Una iniziativa, questa sul Colle, cui lo stesso Napolitano ha poi dovuto porre rimedio promuovendo incontri "informativi" anche con le opposizioni. E incorrendo nel rifiuto di Grillo, anche al limite del galateo personale e istituzionale. Ma da qui a dire, come ha fatto o ripetuto ieri il comico, di "giochi fatti" da o con Napolitano sulla nuova legge elettorale, in una specie di inseguimento della Corte Costituzionale, che potrebbe in tempi brevi bocciare quella in vigore, ce ne corre. Purtroppo, in materia di riforma della legge elettorale, di fatto non c’era e non c’è proprio nulla, né prima né dopo la ricognizione nominalmente informativa compiuta dal presidente della Repubblica. Tutto rimane incerto, nebuloso ed ambiguo perché tutti hanno idee a dir poco confuse e contraddittorie, ciascuno immaginando di poter fare da solo e rifiutando, per partito preso o per incapacità politica, i compromessi necessari per la formulazione di una legge davvero condivisa, sostenuta cioè da una maggioranza reale, non immaginaria, in entrambi i rami del Parlamento. Dove, si sa, al di là di quel poco che rimane delle presunte larghe intese attorno al governo di Enrico Letta, fra le tensioni congressuali del Pd, i rischi di scissione del Pdl e le paturnie persino di Mario Monti, non c’è proprio nulla, nulla di certo o di concreto.
Se i pentastelluti sono «arredo»
La visita di Grillo al Senato