Era difficile aspettarsi di più. Dopotutto la «scusa» è già pronta: non sono ancora il segretario, non ho vinto, i progetti basta annunciarli, li realizzerò quando avrò in mano le redini del Pd. Anche per questo Matteo Renzi, concludendo la tre giorni della «sua» Leopolda, sigla una sorta di «contratto con gli italiani» (senza scrivania e Bruno Vespa s’intende): «Tra un anno verifichiamo se sono stati fatti dei passi avanti o no su quattro punti concreti». I punti sono Italia, Europa, lavoro ed educazione. Che messi così sembrano tutt’altro che concreti. Anche se poi, nello svolgersi del suo discorso Matteo li «riempie» con qualche proposta e un bel po’ di slogan. È il massimo che può fare. Un po’ per non accentuare troppo il ruolo di «rompiscatole» del governo guidato da Enrico Letta. Un po’ perché in questo momento il sindaco sa che, per raccogliere il consenso di tutti, è importante non scontentare nessuno. Lo si capisce quando, con la faccia di chi sta per spararla grossa, la butta lì: «La storia di Silvio ci dice che dobbiamo fare la riforma della giustizia». Dalla platea non si alzano né applausi né salve di fischi. L’impressione è che i presenti siano rimasti gelati: non starà mica parlando di «quel» Silvio? Impossibile. All’inizio del suo discorso ha già spiegato che l’argomento Cavaliere è bandito dalla Leopolda, «qui parliamo di futuro, per questo non parliamo di Berlusconi». E allora chi è il Silvio in questione? Ovvio, Silvio Scaglia. L’ex numero uno di Fastweb che dopo un anno di reclusione (3 mesi in carcere, 9 ai domiciliari) è stato assolto con formula piena. Renzi ne ripercorre passo passo la storia. Ricorda che appena emesso l’ordine di custodia cautelare «Scaglia affittò un volo privato per andare dai magistrati, e si fece arrestare. Ma vi sembra normale che noi in questi 20 anni abbiamo parlato di giustizia dedicata ad uno solo, e che un cittadino innocente venga messo in galera?» La domanda è così lapalissiana che è difficile dargli torto. Ma di sicuro fa piacere sentire anche esponenti del centrosinistra, solitamente più inclini a giudicare la giustizia come un settore inviolabile, parlare di «riforma». Sarebbe però interessante capire quali sono, secondo Renzi, gli interventi necessari. Nel testo della mozione presentata al congresso c’è poco o nulla. «Inseguire la semplicità - si legge - significa che il Pd proporrà progetti di riforma sul fisco, sulla giustizia e sulla pubblica amministrazione». E ancora, «i ritardi biblici della giustizia costituiscono il primo ostacolo a investimenti stranieri e quindi alla creazione di nuovi posti di lavoro». Anche qui siamo nel campo dell’ovvio. Da cui non si esce nemmeno quando Renzi prosegue il suo intervento: «La riforma della giustizia ce la chiedono anche tantissimi magistrati che si impegnano, lavorano, rischiano la vita. Basta con il dibattito sulla riforma ad personam». Insomma, l’unica cosa certa, è che il sindaco non vuole rimanere incastrato nel solito dibattito pro-contro Berlusconi. Ma per sapere qualcosa di più bisognerà aspettare la Leopolda 2014. Non proprio un messaggio efficace da chi ha accusato per mesi Letta di guidare il «governo del rinvio». Anche sul lavoro, in realtà, Renzi spiega che il suo Job act , il piano che rivoluzionerà tutto, verrà presentato «da qui al primo maggio». Niente di male se non fosse che lo scorso marzo, intervistato dall’ Espresso , aveva già dichiarato: «Sto preparando un Job Act». Qui, però, qualche cosa in più c’è, come l’idea di «partire dalla formazione» o di semplificare la legislazione sul lavoro arrivando a «sessanta-settanta norme sul lavoro traducibili in inglese» (vecchio adagio). A ben vedere, dovendo tracciare un bilancio del discorso renziano, in questo momento il sindaco ha l’idee chiare su due punti. Il primo è quello delle riforme istituzionali e della legge elettorale. Renzi insiste sulla necessità di trasformare il Porcellum in un sistema simile a quello che disciplina l’elezione dei sindaci. Il perché è chiaro: non vuole un proporzionale che lo costringa, in caso di candidatura alla premiership, di piegarsi alla logica delle grandi intese. Ciò che non è chiaro è se anche lui, davanti ad una pessima riforma, preferisca tenersi la «porcata». Il secondo punto su cui Matteo insiste è quello dell’Europa. Le Europee di primavera, soprattutto se Letta resterà saldo a Palazzo Chigi, saranno il suo grande banco di prova. Forse per questo non si sbilancia troppo, i colpi vanno sparati al momento opportuno.
Renzi scopre che la giustizia va riformata
Il sindaco conclude la tre giorni della Leopolda e ricorda Silvio Scaglia: «Bisogna cambiare. Basta con il dibattito su interventi ad personam»
