Entra nel vivo il dibattito al Senato sulla legge di Stabilità. Oggi riprendono le audizioni. L'agenda è fitta: prima il Cnel, a seguire, Ance, Abi, sindacati e, infine Anci, Upi e Conferenza delle Regioni. Domani i lavori inizieranno con l'audizione della Corte dei Conti la mattina, poi toccherà ai rappresentanti dell'Istat, subito dopo Bankitalia e il ministro dell'Economia Fabrizio Saccomanni. Il timore del governo è che riparta il tradizionale assalto alla diligenza. Non solo. La legge di Stabilità sarà anche il momento della verifica all’interno del Pdl tra falchi e colombe che sono già pronti a darsi battaglia sui provvedimenti. Sull’ex Finanziaria si potrebbe consumare la resa dei conti tra le due correnti del Pdl mettendo anche a rischio la tenuta della maggioranza. Il problema della limatura dei provvedimenti in un’ottima meno penalizzante per il ceto medio nel rispetto però dei vincoli di spesa imposti da Bruxelles si intreccia con le questioni politiche. La legge di Stabilità sarà il campo di battaglia non solo del Pdl ma anche del Pd alle prese con un congresso difficile e con la sfida di rubare consensi al ceto moderato del centrodestra. Pertanto tra le questioni economiche e quelle politiche il confine è sfumato. La manovra è sottoposta al pressing non solo della politica. Confindustria e sindacati hanno già parlato di misure insufficienti, incapaci di dare quello shock necessario per uscire dalla crisi. I sindacati si preparano ad una mobilitazione di quattro ore dei lavoratori in tutta Italia entro prima metà novembre (solo Cisl Lombardia al momento si è tirata fuori). Il ddl «non realizza quella svolta nella politica economica necessaria al Paese per uscire dalla recessione e tornare a crescere», dicono all'unisono Cgil, Cisl e Uil. Secondo i sindacati l'iter parlamentare deve quindi essere l'occasione per ridurre ulteriormente le tasse per lavoratori e pensionati aumentando le detrazioni e introducendo misure di sostegno al reddito per quelle categorie che contribuiscono a gran parte del gettito fiscale. Cgil, Cisl e Uil chiedono inoltre di rafforzare e rendere strutturale la detassazione del salario di produttività, che inoltre vorrebbero fosse estesa anche ai lavoratori del settore pubblico in modo da porre fine ad «un'esclusione iniqua e ingiusta che colpisce milioni di lavoratori». Last but not least, vanno corretti gli elementi di iniquità della nuova tassazione immobiliare (Trise), che secondo i sindacati costerà di più della vecchia imposizione, e cancellare la prevista riduzione delle agevolazioni fiscali. Fondamentale anche la rivalutazione delle pensioni. Cgil, Cisl e Uil chiedono di rivedere e correggere gli elementi di iniquità e rigidità introdotti dalle norme Fornero sul sistema previdenziale. Per il settore pubblico, anche per difendere e riqualificare l'insieme dei servizi, le tre sigle sindacali chiedono al Parlamento di dare certezza alla stabilizzazione dei precari e riconoscere e valorizzare, ripristinando il contratto nazionale, le professionalità dei dipendenti pubblici. Ma la manovra non convince neanche gli imprenditori. Il presidente di Confindustria Squinzi ha parlato di «risorse insufficienti» chiedendo «modifiche profonde» se il Paese vuole agganciare la crescita. Gli ha fatto eco anche il numero Uno di Rete Imprese Ivan Malavasi, secondo il quale nel ddl «manca lo shock necessario per tirare il paese fuori dalla recessione». Nel cahier de doleances di Confindustria, tra gli altri punti, la mancanza di interventi sulla stabilizzazione delle risorse per la produttività e l'intervento sul cuneo considerato troppo blando (secondo il testo del governo sono 5 mld per i lavoratori, 5,6 per le imprese, su tre anni). La riduzione dell'Irap per i nuovi assunti è considerata marginale e sul fronte dei contributi pagati dalle imprese l'intervento è stato limitato alla sola contribuzione Inail, mentre avrebbe dovuto essere più esteso e incisivo. Perplessità anche sulla deducibilità dell'Imu relativa ai beni strumentali e sulla Trise, il nuovo tributo sui servizi. Gli industriali chiedono inoltre una decisa ristrutturazione della spesa pubblica. Tutti comunque, partiti e parti sociali, sono concordi sulla necessità di ridisegnare la nuova imposta sugli immobili. La prospettiva parlamentare è di abolire il tetto del 2,5 per mille previsto per il 2014 sull’abitazione principale e rintrodurre la detrazione standard. In questo modo si eviterebbe di far pagare la Tasi ai 5 milioni di case che non hanno mai pagato l’Imu perchè hanno un valore catastale medio-basso. Il sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta, che sta seguendo in prima persona la riforma del fisco locale, ha detto che il governo è disponibile a miglioramenti della Tasi a condizione però che restino invariati i saldi complessivi della manovra.
Battaglia su cuneo fiscale e casa
Parte l’assalto alla legge di Stabilità. Ma il governo vuole blindarla Sulla Tasi spunta la detrazione per salvare 5 milioni di abitazioni
