Neppure la decisione della Corte di appello di Milano stavolta pare abbia fatto cambiare strategia a Silvio Berlusconi. Insomma, la sentenza sprint, arrivata ieri mattina, che lo condanna a due anni di interdizione dai pubblici uffici invece di cinque, è stata «digerita» – male, racconta chi lo ha sentito ieri ma comunque è stata digerita – senza altri scossoni al partito. Il Cavaliere, del resto, non si aspettava nulla dal nuovo calcolo che i giudici hanno fatto sulla pena accessoria del processo per i diritti Tv. Il Cav sembra essersi convinto che la strada migliore da seguire per ottenere qualcosa anche in Senato, quando arriverà il voto sulla sua decadenza, è quella di mantenere un basso profilo, senza altre minacce di strappi con il governo. Anche perché ora c’è da lavorare sull’unità del Pdl, rimettere insieme falchi e colombe. E su questo si sta concentrando l’ex premier. Le sue vicende giudiziarie, comunque, sembrano fare da collante tra i due spezzoni del partito. Ieri, infatti, «lealisti» e «scissionisti» si sono tutti stretti attorno al Cavaliere per denunciare l’uso politico della giustizia e per tornare a seminare dubbi sulla costituzionalità della legge Severino. «Gli anni erano cinque, ora sono due – ha commentato il ministro per le Riforme Gaetano Quagliariello – credo che questa sentenza renda ancora più urgente una riflessione su quella legge. E soprattutto bisogna trovare una sede per discutere senza anatemi sulla congruenza costituzionale rispetto alle norme comunitarie». Spetta invece ad Angelino Alfano confermare che la linea di tutto il partito è quella di massima solidarietà al Cavaliere, lavorando allo stesso tempo per allargare l’alleanza verso il centro. Cioè verso quella parte di Scelta Civica che da tempo ha contatti con la parte più moderata del Pdl. «Ho sentito al telefono il presidente Silvio Berlusconi – ha spiegato ieri mattina il vicepremier prima di chiudersi al Viminale per seguire la manifestazione dei No-Tav e della Sinistra antagonista che si è svolta a Roma – Il nostro leader è forte e determinato come sempre. Noi siamo tutti con lui, impegnati, oggi più che mai, nella ricostruzione di un centrodestra, moderno, competitivo, alternativo alla sinistra. Il nostro progetto va avanti e non sarà toccato da una sentenza che non priverà un leader del suo popolo, così come non priverà quel popolo del proprio leader». È stato però il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, a incendiare gli animi degli esponenti del Pdl. «Non mi pare sia una notizia particolarmente eccezionale» ha commentato parlando della sentenza dei giudici di Milano. «La Corte d'appello accogliendo domanda del procuratore generale ha definito questa pena in due anni. I giudici servono a questo: in un Paese normale tocca al potere giudiziario applicare le regole che il potere politico scrive e farle rispettare. Se così non fosse non vivremmo in un Paese civile ma nella giungla dove vige la regola del più forte». Frasi che hanno scatenato le reazioni dei parlamentari del Popolo della Libertà. «Conosco da anni Vietti e sono consapevole dei suoi limiti – ha sibilato Maurizio Gasparri – Però lui riesce sempre a sorprendermi con uscite che mi costringono a rivedere le sue quotazioni. Del resto sappiamo bene che si trova in uno stato di necessità che lo costringe a parlare in un certo modo. Passerà anche lui». Altrettanto duro Sandro Bondi: «Le dichiarazioni rilasciate oggi dal vicepresidente del Csm denotano la sua totale incoscienza dei problemi afferenti al rapporto fra l'ordine della magistratura e la democrazia. Questa incoscienza spiega anche l'inutilità del ruolo che ricopre a capo del Csm». La decisione della Corte di Appello di Milano non chiude comunque ancora il processo sui diritti tv. La sentenza di Milano, infatti, sarà impugnata dagli avvocati di Berlusconi. «C'erano ragioni per non applicare la misura interdittiva e si doveva aspettare la Corte Costituzionale e risolvere il problema della sovrapposizione tra la legge Severino e l'interdizione», ha commentato Niccolò Ghedini, uno dei legali del Cavaliere. Ma anche quando diventerà definitiva l'interdizione non sarà automatica perché servirà un ulteriore passaggio parlamentare. Quello di ieri è solo uno dei primi scogli giudiziari, almeno milanesi, che attendono il Cavaliere nei prossimi due mesi. Il primo è quello legato alla Giunta per le elezioni, che si riunirà il 29 ottobre per decidere sul voto palese o segreto della sua decadenza dopo la sentenza definitiva sui diritti tv. Tra fine novembre e inizio dicembre, invece, saranno depositate le motivazioni delle sentenze Ruby e Ruby 2, dopo lo slittamento per la proroga chiesta dai giudici. I due processi potrebbero essere accorpati in Appello, ma l'unica certezza, per ora, è che entro la fine dell'anno, comincerà una nuova inchiesta, il Ruby-ter.
La Corte rifà i conti, il Cav paga sempre
L’interdizione dai pubblici uffici scende da 5 a 2 anni. Pronto il ricorso Berlusconi amareggiato ma nessuno «strappo». «Lavoro all’unità del Pdl»
