La fiera delle promesse e delle buone intenzione, quelle del discorso di insediamento, prima, e della richiesta fiducia in Parlamento, poi, si sono infrante davanti allo scoglio della legge di Stabilità. L’ex Finanziaria doveva essere il momento della verifica, del passaggio dalle parole ai fatti, invece è stata l’ennesima conferma dell’incapacità di mantener fede agli impegni assunti. Impegni sui quali il premier Letta ha dichiarato di volerci mettere la faccia e che dovevano costituire l’obiettivo della sua legislatura; nata, è bene ricordarlo, per ridare slancio all’economia, abbassare la pressione fiscale e abbattere gli sprechi. Torniamo indietro di cinque mesi. È il 29 aprile scorso. Letta fa il discorso di insediamento in Parlamento attesa che venga votata la fiducia al suo governo. Tra i punti cardine c’è questo: «Vogliamo ridurre le tasse sul lavoro: quello stabile, quello sui giovani e sui neo assunti. Si potranno studiare forme di reddito minimo per le famiglie bisognose con figli piccoli e proposte di incentivi con part time misti e con la staffetta per la parallela assunzione di giovani». Che ne è stato? Passano pochi mesi e nella legge di Stabilità il taglio del cuneo fiscale che dovrebbe ridare slancio alle imprese, diventa una mancia. Nei prossimi tre anni gli sconti dell’Irap ammontano a soli 5,6 miliardi di euro. Per i nuovi asunti la defiscalizzazione è fino a 15.000 euro per un massino di tre anni e a patto che le assunzioni siano aggiuntive rispetto alla media dell’organico. Se poi c’è il passaggio da tempo determinato a indeterminato è prevista la restituzione completa del contributo addizionale Aspi. Ma quale azienda assume o regolarizza a queste condizioni? Per i lavoratori il taglio del cuneo fiscale è quasi simbolico. Si traduce in un aumento massimo in busta paga di 180 euro netti l’anno, ovvero circa 14 euro al mese. Quasi un obolo. Altro punto: «Si potranno studiare forme di reddito minimo per le famiglie bisognose con figli piccoli e proposte di incentivi con part time misti e con la staffetta per la parallela assunzione di giovani». Chi l’ha visti? Non solo il reddito minimo è rimasto nel libro dei sogni ma l’attesa staffetta generazionale, ovvero la correzione della riforma Fornero delle pensioni, è stata archiviata definitivamente. Chi era vicino al traguardo previdenziale e si è visto sbarrare la porta dalla Fornero, per un momento con Letta ha sperato. Invano. Prima il ministro Giovannini ha ventilato qualche cambiamento poi ci ha messo su una pietra tombale. Che dire poi dell’Iva. Nel discorso di insediamento Letta parlava di «rinuncia all’inasprimento dell’Iva». Fino all’ultimo minuto, i ministri in coro, hanno assicurato che non sarebbe aumentata. Poi è arrivata la doccia fredda con l’alibi che il governo sarebbe caduto. Nel discorso del programma di governo Letta non dimentica la casa: parla della necessità di «una politica fiscale della casa che limiti gli effetti recessivi in un settore strategico come quello dell’edilizia». Risultato: arriva la Trise che si profila maggiore dell’Imu e con l’imposta sui servizi indivisibili a carico anche degli affittuari. Dove sono gli incentivi per far ripartire il mercato immobiliare? Come non ricordare poi le promesse di tagliare la spesa, la cosiddetta spending review. Al momento c’è solo l’incarico a un personaggio di prestigio internazionale, Cottarelli che viene dal Fondo monetario ma che ci metterà diversi mesi per scavare tra gli sprechi dello Stato. Nel frattempo è stata inserita una mannaia pronta a calare sugli sconti fiscali se la spesa non scenderà di circa un miliardo per il 2014 e di 1,2 miliardi per il 2015.
Ecco le promesse che Letta ha tradito
A confronto gli impegni e la manovra Dallo stop all’Iva, alla casa al cuneo fiscale
