Politica

Letta vola da Obama «Usa indispensabili»

Trovato in extremis l’accordo sul deficit Default evitato e «shutdown» terminato

WASHINGTON Il presidente del Consiglio Enrico Letta è atterrato a Washington alle 2030 di ieri ora italiana. Il premier è volato negli States per incontrare - domattina alle 11 ora di Washington - il presidente americano Barack Obama. Al centro del summit alla Casa Bianca, i temi economici. «Abbiamo bisogno della leadership americana», dice Letta in un’intervista all’ International New York Times , ricordando che «lo scorso anno la leadership americana ha aiutato gli europei a superare i problemi economici dell’austerità e della crisi dell’euro». Il ruolo guida degli Stati Uniti, sostiene Letta, è necessario «per la crescita e per la lotta al protezionismo». Per questo, aggiunge il premier in riferimento all’attuale impasse politico a Washington, «naturalmente speriamo in una soluzione dei problemi politici interni» degli Stati Uniti. Letta assicurerà a Obama pieno sostegno sull’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Usa. Una notizia accolta con soddisfazione dal commissario al Commercio Ue, Karel De Gucht, che plaude al «sostegno politico ad alto livello» che il presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta, darà al presidente Usa, Barack Obama al partenariato transatlantico Usa-Ue. «È molto importante - riferisce il portavoce John Clancy - che il momentum politico di questi negoziati sia mantenuto e che le discussioni sul Ttip a questo livello garantiscano una conclusione positiva di questo importante accordo che porterà alla crescita e all’occupazione su entrambi le sponde dell’Altantico». Un incontro importante, quello di domani, anche in vista del semestre italiano alla guida dell’Ue. Ma a tenere banco sono soprattutto le difficoltà economiche degli Stati Uniti, anche se ieri è arrivato in extremis l’accordo che eviterà il default. L’America non fallirà e il governo riaprirà grazie a un’intesa raggiunta sul filo di lana al Senato dal capogruppo della maggioranza, il democratico Harry Reid con l’omologo repubblicano Mitch McConnel. Accordo che consentirà agli Usa di scongiurare l’ignominia del default e porrà fine allo «shutdown» (la chiusura delle attività federali non essenziali), giunto al sedicesimo giorno. L’accordo prevede l’autorizzazione al governo di sforare fino al 7 febbraio 2014 il tetto del debito Usa di 16.700 miliardi di dollari, che sarebbe stato raggiunto domani a mezzanotte (le sei del mattino in Italia) e di riaprire tutti gli uffici del governo prolungando il bilancio federale (scaduto il 30 settembre scorso) fino al 15 gennaio. Il 13 dicembre, poi, una commissione bipartisan di deputati e senatori dovrà concordare nuovi tagli al bilancio per i prossimi anni, modificando la procedura del «sequester», che dal primo marzo scorso ha imposto 1.200 miliardi di tagli automatici per dieci anni. A conferma della serietà dell’intesa il senatore repubblicano Ted Cruz, autore nelle scorse settimane di un intervento ostruzionistico record durato 21 ore, ha annunciato che non intende ritardare il voto. Il Senato ha iniziato nel poemriggio americano le procedure di voto. Il testo del compromesso passerà poi all’esame dell Camera - l’ostacolo maggiore dove i Repubblicani, maggioranza, sono stati finora in ostaggio dei deputati della destra libertaria del Tea Party, che non intendevano cedere senza il blocco della riforma sanitaria voluta da Barack Obama. Alle 15 locali (le 21 in Italia) i deputati repubblicani della Camera si sono incontrati a porte chiuse per decidere come espirmersi. Due le possibilità: o il presidente John Boenher riesce a piegare i deputati intransigenti del Tea Party o decide di metterli con le spalle al muro lasciando loro la responsabilità di far fallire l’America. In teoria se tutto procederà come previsto la legge potrebbe essere alla firma di Obama nelle prime ore del mattino, in tempo per scongiurare il peggio. Barack Obama è convinto che l’accordo bipartisan funzionerà. Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha incoraggiato il Congresso ad agire rapidamente per approvare anche alla Camera l’accordo del Senato visto che gli Usa sono molto vicini al momento in cui non potranno più prendere a prestito nuovi fondi e rispettare gli obblighi derivanti dai titoli del debito emessi. Anche Obama ha comunque dovuto cedere qualcosa per strappare l’accordo, anche se ufficialmente la Casa Bianca non lo ammette. Carney ha parlato di «un modesto aggiustamento» della riforma sanitaria voluta dal presidente e ha negato che ci siano state vere e proprie concessioni fatte dal presidente per portare a casa l’accordo. «Le verifiche sulle clausole sul reddito (degli assistiti) sono state negoziate dai senatori democratici e repubblicani e sono solo un modesto compromesso all’attuale versione della legge Affordable Care Act», il cosiddetto «Obamacare», spiega il portavoce Jay Carney che ne minimizza la portata per non dare l’impressione che Obama abbia voluto rinunciare a nulla della sua grande riforma, come il presidente ha continuamente ripetuto: «Abbiamo sempre detto che avremmo effettuato miglioramenti e aggiustamenti alla legge», ma non abbiamo pagato, «un riscatto. Questo sarebbe stata una cosa del tutto differente».

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