Politica

Mare «sicuro» costa un miliardo un conto troppo caro per l’Italia

di Marlowe - Quanto costerà la missione Mare Sicuro operativa da oggi? Quali regole d'ingaggio vengono date ai militari: dissuasive o buoniste? Il loro compito sarà di tenere alla larga i barconi,...

Quanto costerà la missione Mare Sicuro operativa da oggi? Quali regole d'ingaggio vengono date ai militari: dissuasive o buoniste? Il loro compito sarà di tenere alla larga i barconi, dischiudere corridoi umanitari, effettuare un primo screening tra profughi politici e clandestini? Tutte e tre le cose? Si potranno arrestare gli scafisti o bloccarli nelle loro acque territoriali, come quando funzionava la legge Bossi-Fini, che però è oggi rinnegata da Enrico Letta e dalla sinistra? Oppure la presenza delle navi militari (con l'obbligo di soccorrere i naufraghi) indurrà i criminali a liberarsi del carico in alto mare? E appunto: chi paga? "Sarà una missione molto impegnativa" ha detto Enrico Letta: la nave anfibia San Marco, oltre a fregate, corvette e pattugliatori; droni; elicotteri, aerei di sorveglianza con piloti. Al consumo di mezzi e carburante vanno aggiunti i turni di 1.500 uomini 24 ore su 24: fonti militari parlano di centinaia di milioni nell'immediato, ma si potrebbe superare il miliardo su base annua. Il ministro della Difesa Mario Mauro dice che le coperture si troveranno nel bilancio, quello dei Trasporti Maurizio Lupi confida invece che "i soldi andranno contabilizzati fuori dal patto di stabilità europeo". L'Europa però ha finora offerto solo chiacchiere, e d'altra parte ha già un dispositivo di sorveglianza, Frontex, che non sorveglia un bel nulla. Poi, se si riusciranno ad evitare altre tragedie, ci sono i costi dell'accoglienza, le pratiche per il diritto d'asilo e tutto il resto. Ma anche qui le cifre smentiscono l'entusiasmo manifestato della ministra Cécile Kyenge "perché finalmente il Paese non solo attua la linea umanitaria, ma una svolta verso l'accoglienza e l'integrazione": eppure secondo Eurostat nel 2012 le richieste d'asilo all'Italia sono state 15.700, meno di quelle rivolte al Belgio, e contro le 77 mila alla Germania. Dunque per quella gente restiamo una terra di facili sbarchi, un paese colabrodo, non una meta. Comunque il Consiglio europeo si riunirà il 24-25 ottobre e non è detto che decida di dividere il conto. Al solito. Malta, che ha effettuato il primo vero intervento di soccorso nei giorni scorsi (gli altri li ha sempre lasciati all'Italia), ha ottenuto in nove anni un miliardo dall'Europa. L'Italia ha appena rifinanziato con 200 milioni le missioni militari all'estero, senza poter detrarre nulla. A titolo di esempio la partecipazione nel 2011 alla guerra contro Gheddafi costò 700 milioni: certo, vennero sparati 700 missili e medio e lungo raggio, e furono usati la portaerei Garibaldi, gli Harrrier, gli Amx, i Tornado. Però durò solo tre mesi. E proprio Il Tempo si è chiesto quale rapporto ci sia tra la defenestrazione ed il linciaggio del Rais, propiziati da una parte dell'Occidente, e l'escalation attuale degli sbarchi. Si tratta della questione centrale per l'intero quadrante del Mediterraneo - oggi la zona più a rischio del mondo - come dimostrano alcuni dossier dei quali in Italia, sempre in nome del buonismo, si parla poco. Secondo il Cnel, l'Assemblea nazionale francese e l'osservatorio Fortresse Europe, entro il 2050 tra i 55 ed i 70 milioni di migranti potrebbero riversarsi sul Sud Europa. Su nove corridoi della clandestinità monitorati dai satelliti della Cia, e che oggi drenano disperati fin dalla Sierra Leone, dalla Somalia, dal Ghana e dalla Siria, cinque puntano sull'Italia, due sulla Spagna, uno sulla Grecia, uno sulla Turchia. Ma in Libia sarebbero ammassati ben 30 mila siriani che hanno attraversato Libano, Giordania ed Egitto. Quando erano al potere Gheddafi, Mubarak e Ben Alì, questi traffici erano tenuti sotto stretto controllo o bloccati del tutto. Al prezzo di contropartite occidentali, certo, e di regimi tirannici per i nostri standard. Ma l'operazione primavere arabe voluta da Usa, Francia e Gran Bretagna (e osteggiata dalla Germania) ha commesso un errore fatale: non ha minimamente pensato al dopo. Il risultato è che dove c'erano i dittatori adesso imperversano tribù e cellule qaediste. Quanto alla Siria, la guerra solo minacciata da Barack Obama ha dato a Bashar Assad e agli oppositori l'alibi a macellarsi a vicenda, producendo nuovi profughi. L'analista Robin Wright, del Woodrow Wilson International Center di Washington, ipotizza che in pochi anni cinque stati chiave possano dividersi in venti entità del tutto instabili: la Libia in due o tre parti (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan), la Siria e l'Iraq in tre, perfino l'Arabia Saudita in cinque, lo Yemen tra Nord e Sud. Probabilmente è un'idea estrema, ma non in Africa. Le guerre nell'Islam tra sunniti, sciiti e wahabiti, i fondamentalisti vicini ad al Qaeda ed i predoni stanno già polverizzando ogni autorità anche in Nigeria, Sudan, Eritrea, Somalia, Kenya e Congo. In attesa che gli scenari si materializzino, la banca Hsbc ha calcolato i costi certi, finora, delle primavere arabe. Si tratta di 800 miliardi di dollari per un calo del Pil del 35 per cento in Egitto, Libia, Tunisia, Siria, Giordania, Bahrein. Fino al 2011 sulla sponda mediterranea dell'Africa la crescita era del 4,9. Il turismo si è ridotto ad un quarto, perdendo 15 miliardi di dollari, nel solo Egitto le riserve valutarie sono passate da 36 a 14 miliardi, un milione di persone ha perso il posto. In tutta l'area i salari sono diminuiti del venti per cento, gli investimenti stranieri del 60. Il numero uno dell'Eni, Paolo Scaroni, si è detto "estremamente preoccupato per la Libia", il che significa un rischio enorme per l'interesse energetico nazionale. Del resto dall'Egitto se ne sono andati Chevron, General Motors, Electrolux, Basf, Bp. "E' un'ironia tragica" ha scritto il Financial Times "visto che la disoccupazione e la diseguaglianza economica avevano fatto da molla alle rivolte arabe". Questi dati sembrano quanto meno ridimensionare uno dei presupposti dell'operazione Mare sicuro: che la clandestinità non sia più tanto di tipo economico, ma politico, legata alla ricerca dell'asilo. Rischiamo il bis di due anni fa?

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