Non so se Matteo Renzi riuscirà a diventare davvero un leader provvisto di quella "capacità espansiva" attribuitagli ieri dall’ex dalemiano Nicola Latorre commentandone il discorso barese di apertura della corsa congressuale alla segreteria del Pd. Di sicuro però egli ha appreso la regola di certo professionismo politico per cui il piatto della vendetta si mangia freddo. Il sindaco di Firenze ha atteso sei mesi per attaccare frontalmente il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Al quale ha rimproverato l’idea di sfollare le carceri con l’amnistia e l’indulto, ma ancor più non ha perdonato di avergli preferito il 24 aprile scorso Enrico Letta alla guida del governo delle cosiddette larghe intese. A pensare male, come diceva Giulio Andreotti, si fa peccato ma spesso s’indovina. D’altronde, era più che naturale l’ambizione di Renzi a guidare un governo d’emergenza come quello attuale, del quale soltanto dopo avere mancato il volante egli ha scoperto e denunciato contraddizioni e limiti, accusando il suo "amico Enrico" di farsi dettare l’agenda dal Pdl e attendendone con malcelata insofferenza la fine. Renzi l’anno scorso era stato nel Pd il solo, o il pù esplicito, a contestare l’alleanza elettorale frettolosamente stretta dall’allora segretario del partito Pier Luigi Bersani con Nichi Vendola, basata più sul solito antiberlusconismo che su una reale affinità programmatica con i massimalisti. E si era proposto alle primarie per Palazzo Chigi proprio in alternativa a Bersani, incorrendo negli attacchi a volte minacciosi di Vendola, Susanna Camusso e altre "anime" della sinistra. E Bersani nel ballottaggio, dopo avere sbarrato in funzione antirenziana la partecipazione a chi non aveva votato al primo turno, riuscì a prevalere grazie all’appoggio dichiarato e decisivo di Vendola e compagni. Dopo le infruttuose elezioni di fine febbraio, Renzi rimase per un po’ solo, seguito poi da Dario Franceschini, a contestare l’umiliante e inutile corteggiamento dei grillini da parte del segretario del suo partito, nel frattempo incaricato dal capo dello Stato di esplorare le possibilità di formare un governo provvisto di sicura maggioranza tanto alla Camera, di cui uno spropositato premio nazionale di maggioranza gli aveva garantito il controllo, quanto al Senato, dove invece la lotteria dei premi regionali non gli consentiva di fare a meno o di Berlusconi o di Grillo. E Renzi chiaramente spingeva per l’accordo con il Cavaliere, viste le critiche assai pungenti agli approcci con i grillini. Ma quando i giochi si strinsero davvero e si trattò di mettere Bersani con le spalle al muro, egli giocò a fare il furbo. In particolare, disertò una importante riunione della direzione del partito dalla quale Napolitano attendeva invece che gli venissero indicazioni chiare per una soluzione della crisi diversa da quella del governo minoritario "di combattimento" perseguita sino ad allora da Bersani. Il segretario del Pd fu così in grado di andare a riferire al Quirinale sull’esito "non risolutivo" della sua esplorazione senza rinunciare formalmente all’incarico e impedendone di fatto un altro da parte di Napolitano, orientato a darlo a Giuliano Amato ma rassegnatosi infine ad una deviazione. Fu quella del ricorso ai saggi per la definizione di possibili convergenze programmatiche fra i partiti, in attesa che il Parlamento a metà aprile eleggesse un nuovo presidente della Repubblica. Che, diversamente da lui, bloccato dal cosiddetto semestre bianco, avrebbe potuto disporre del potere di sciogliere anticipatamente le Camere. Ma Bersani fallì miseramente anche il tentativo di pilotare l’elezione di un successore al Colle disposto a concedergli ciò che Napolitano gli aveva negato, il permesso cioè di fare un avventuroso governo di minoranza. E si arrese prima alla rielezione del presidente uscente, poi alle dimissioni da segretario del partito, infine alla formazione di un governo con il Pdl. Alla cui guida, però, a quel punto Napolitano non poteva più chiamare Renzi non tanto per i veti da questi attribuiti poi a Berlusconi, e magari anche di qualche parte del Pd, ma per la dabbenaggine con la quale lo stesso Renzi si era sfilato dalla partita con le sue furbizie: le stesse con le quali ora si è rimesso in corsa per la segreteria del Pd e la presidenza del Consiglio facendosi piacere anche da Vendola e dalla Camusso.
La vendetta «fredda» di Renzi
di Francesco Damato - Non so se Matteo Renzi riuscirà a diventare davvero un leader provvisto di quella "capacità espansiva" attribuitagli ieri dall’ex dalemiano Nicola Latorre commentandone il...