Politica

Tradimento sale della politica

di Francesco Perfetti - Settanta anni or sono (o poco più), nella notte fra il 24 e il 25 luglio 1943, maturò la congiura che avrebbe portato, nella storica riunione del Gran Consiglio, alla caduta...

Settanta anni or sono (o poco più), nella notte fra il 24 e il 25 luglio 1943, maturò la congiura che avrebbe portato, nella storica riunione del Gran Consiglio, alla caduta del fascismo. Fra i "congiurati" ovvero fra i "traditori" (come vennero definiti dai seguaci del duce) c'erano personalità di primo piano del regime: da Galeazzo Ciano a Dino Grandi, da Giuseppe Bottai a Luigi Federzoni. Ieri, e nei giorni immediatamente precedenti, un'altra "congiura", più piccola perché non riguardava le sorti di un regime ma di un governo, è maturata all'interno del Popolo della libertà: i ministri in quota Pdl del governo Letta, che Berlusconi aveva invitato a dimettersi, si sono uniti contro le decisioni del leader del centrodestra. E hanno contribuito alla salvezza di un esecutivo pericolante. Certo, gli Alfano e i Quagliarello non hanno molto da spartire con i "congiurati del 25 luglio", se non per il fatto che la loro pattuglia di dissidenti ha portato a casa un bel successo. Per sé e per il governo. Non per il Pdl. L'accusa di esser traditori e voltagabbana, insieme a quella di ingratitudine nei confronti del padre politico, se la sono però, a torto o a ragione, incassata. Ma, tant'è. In politica l'accusa di tradimento è ricorrente. Durante la seconda repubblica, per rimanere nel Pdl, ne hanno fatto le spese in tanti: da Marco Follini a Pier Ferdinando Casini, da Giulio Tremonti a Gianfranco Fini. Di questi, almeno due, Casini e Fini, erano stati additati come "delfini" di Berlusconi. Altri, poi, da Clemente Mastella a Domenico Scilipoti, sono divenuti un esempio paradigmatico di quella "mobilità", che ha elevato il "tradimento" o il "girellismo" a livello di strategia politica. Se volgiamo lo sguardo indietro, alla prima repubblica, lo sport del cambio di casacca non era meno sviluppato. Le scarse prove di fedeltà riservate a Bettino Craxi, finito in disgrazia, da politici a lui prima molto legati, come Carlo Ripa di Meana o Claudio Martelli o Giuliano Amato, ne sono una conferma. Il che dimostra che la vocazione di "voltar gabbana" è una variabile indipendente dai sistemi politici. La verità è che il "tradimento" è il sale della politica. Quando, nel segreto dell'urna, impallinavano governi e facevano traballare legislature, che cos'altro facevano i "franchi tiratori" se non tradire le indicazioni dei partiti o gruppi di appartenenza? Durante le ultime votazioni per eleggere il presidente della Repubblica i nomi di Franco Marini e di Romano Prodi sono stati impallinati. E la storia delle elezioni presidenziali in Italia è caratterizzata dalle imprese dei "franchi tiratori": Giovanni Gronchi, per esempio, giunse al Quirinale con una vera e propria congiura di palazzo. Nessun giudizio morale: "tradimento" e trasformismo sono una costante della politica. Di tutti i tempi e di tutti i paesi. Dietro il "tradimento" o il cambiamento di casacca c'è sempre una giustificazione. Quando Bruto, insieme a Cassio, pugnalò a morte Giulio Cesare erano in gioco, secondo loro, la difesa della res publica e delle libertà repubblicane: il fatto che, poi, Dante Alighieri relegasse i congiurati all'Inferno è altro discorso. Ci sono stati, nella storia, personaggi che hanno fatto del trasformismo e del tradimento una bandiera. Mi viene in mente un bellissimo film francese del 1992, A cena con il diavolo. La vicenda si svolge pochi giorni dopo Waterloo, in una Parigi che sta per essere occupata dalle truppe inglesi, prussiane e russe. Nel suo palazzo, il principe di Talleyrand, notabile dell'Ancien Règime e ministro degli Esteri di Napoleone, invita a cena Joseph Fouché, presidente del governo provvisorio e già ministro della polizia dei Cento Giorni. I due uomini, tra portate raffinate e bevande, si accordano, con un sottile gioco di argomentazioni dialettiche ed eleganti schermaglie lessicali, per salvaguardare il proprio potere e supportarsi a vicenda nel nuovo quadro politico. Un solo imperativo accomuna i due: durare, durare, durare. A dispetto della storia. Anzi, cavalcando la storia. Durare per sé e per il paese nella convinzione che la "buona cucina francese" rimarrà la stessa con il mutare dei regimi. Una metafora del trasformismo e del tradimento politico. Che può essere applicata anche all'Italia e alla sua storia. Con l'avvertenza, però, che Talleyrand era Talleyrand. E non un politico nostrano.

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