Politica

L’ira di Bondi e il pianto di De Pin

Clima da regolamento di conti a Palazzo Madama. Il senatore Pdl va a caccia dei ministri del suo partito. E i grillini insultano l’ex compagna fuoriuscita

Enrico Letta entra in Aula alle 9.25. Cinque minuti prima dell’orario di inizio della seduta. E ad accoglierlo trova il suo governo quasi al gran completo. Ci sono Dario Franceschini, Massimo Bray, Fabrizio Saccomanni, Mario Mauro, Emma Bonino, Graziano Delrio, Enzo Moavero Milanesi, Maria Chiara Carrozza. Nessun ministro Pdl. E anche i banchi occupati dai senatori della rinata Forza Italia, in realtà, sono inesorabilmente vuoti. Il primo ad arrivare è Gaetano Quagliariello. Parla al cellulare. Forse per evitare di dover conversare con i suoi compagni (ex?) di partito. Poi è la volta di Beatrice Lorenzin. Ha gli occhi visibilmente arrossati. Poco prima, fermata dai giornalisti mentre cercava di raggiungere la buvette, aveva chiosato: «Siamo tranquilli perché convinti che stiamo facendo ciò che è bene per il Paese e per Silvio Berlusconi». Ma entrata nell’emiciclo anche lei si accomoda subito nei banchi del governo. Accoccolata, quasi protetta, dai colleghi Democratici. Un ostacolo tutt’altro che insormontabile per il «mite» Sandro Bondi. Che subito si dirige verso i «traditori». Il primo che prende di mira è Quagliariello. Batte la mano ossessivamente la mano sul banco finché non ottiene la sua attenzione, poi lo schernisce applaudendo: «Bravo, bravo». «Bravi, bravi», insiste fino a quando la sua compagna Manuela Repetti non scende e lo preleva di forza accompagnandolo al suo posto. E la scena, che dovrebbe testimoniare la tensione del momento, diventa immediatamente comica. In realtà la tensione non manca. Tutti i senatori Pdl sono circondati da un’aura di sospetto. Sui giornali sono stati scritti nomi, il pallottoliere di Palazzo Madama è in continuo aggiornamento. Chi voterà la fiducia a Letta nonostante l’indicazione contraria del Cavaliere? Domenico Scilipoti, forse anche per i trascorsi, è uno dei principali indiziati. Bondi e Repetti provano a redimerlo. Fedelissimi e dissidenti, falchi e colombe, arrivano alla spicciolata. Paolo Romani che nella gerarchia dei ruoli dovrebbe vestire i panni del mediatore, chiacchiera con Pier Ferdinando Casini. Si comincia. Pietro Grasso suona la campanella è dà la parola a Letta. Ed ecco gli ultimi ministri Pdl: Nunzia De Girolamo, Maurizio Lupi e Angelino Alfano. Che corre a sedersi alla sinistra del premier. Intanto Bondi è una furia. Quando Letta chiama l’applauso per Giorgio Napolitano, mentre Pd e Scelta Civica improvvisano una standing ovation, l’ex ministro urla: «Applaudite il vostro Capo». Poi, al grido di «vergognatevi», sottolinea il passaggio del discorso in cui si separano le vicende giudiziarie del Cav dalle sorti dell’esecutivo. Il presidente del Consiglio non se ne cura. Il suo discorso non cerca applausi (pochi) e non teme le contestazioni. È un messaggio chiaro: abbiamo fatto questo, potremmo fare altro, non potete farci cadere ora. Alle 9.55, accompagnato da Denis Verdini e Maria Rosaria Rossi, arriva Silvio Berlusconi. Il gelo nei confronti dei ministri è totale. Solo Verdini si scambia qualche «affettuosità» con Lupi. Ma sembra più un gesto per i fotografi. La verità è che sotto traccia proseguono le trattative. L’uomo dei numeri del Pdl (Verdini) e Niccolò Ghedini si isolano nell’ultima fila. Lupi, De Girolamo, Alfano e Quagliariello continuano a parlottare e scambiarsi sguardi di intesa. Quando Enrico finisce di parlare Angelino gli stringe la mano come se stessero siglando un patto di ferro davanti a 321 testimoni. Ma la giornata è ancora lunga. Casini corre a salutare Berlusconi. Poi torna al suo posto e lancia un messaggio sibillino: «Sono certo che oggi il governo otterrà un amplissimo consenso». Il Pdl voterà la fiducia compatto? Le colombe hanno vinto? La conclusione dell’ex leader dell’Udc non è incoraggiante: «Che Dio ce la mandi buona». Dalla Camera arrivano i «rinforzi». Renato Brunetta, Mariastella Gelmini, Annagrazia Calabria, Mara Carfagna. L’ultima, decisiva, riunione del gruppo Pdl si trasforma in uno psicodramma. Insulti, minacce. Qualcuno lascia la sala. Alla fine è un Brunetta, un po’ a sorpresa visto che non è senatore, ad annunciare che il partito «voterà la sfiducia». Si torna in Aula con questa spada di Damocle che oscilla minacciosa sulla testa del premier. Quando replica e pone la questione di fiducia Alfano non c’è. Berlusconi, invitato da Bonaiuti, si alza ed esce. Anche Lupi. Si tratta. Ma i «traditori», veri o presunti, non siedono nei banchi del Pdl. Paola De Pin, ex senatrice M5S, annuncia il proprio sostegno all’esecutivo. I suoi ex colleghi inveiscono, qualcuno si lascia sfuggire un «ti aspettiamo fuori». Lei scoppia in un pianto disperato. Letta la difende pubblicamente attirandosi l’ira di Scilipoti. Lui, in passato, non ha ricevuto uguale comprensione. Poi l’inatesso annuncio. «Sosterremo il governo». Gli applausi. Il Cav mette la faccia tra le mani, come se piangesse. Verdini quasi lo abbraccia. I senatori «fedeli» si avvicinano con cautela per sfiorarlo, stringergli la mano, fargli percepire la propria vicinanza. Altri si sentono traditi. Lo guardano fisso negli occhi e muovono la testa: no Silvio no, stavolta hai sbagliato. Bondi non è in Aula. Troppo forte il dolore.

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