Si comincia con la rottamazione e si finisce con la conciliazione. Quando ieri Matteo Renzi ha varcato la soglia di Palazzo Chigi per andare a pranzo dal premier e compagno di partito Enrico Letta si intuiva da subito che i dubbi del sindaco di Firenze, sul voto anticipato e l'adieu alle larghe intese, dopo la strappo del Cavaliere, erano superati. O perlomeno conciliati. Il tour nelle feste del Pd, questa estate, in giro per l'Italia, aveva fatto di Renzi l'icona e il leader di un centrosinistra che era in qualche modo stufo di governare con il centrodestra. La base non ne poteva più. Dall'altra parte, in questa sorta di diarchia democratica, campeggiava invece Enrico Letta, il premier, che nel nome del bene dell'Italia e nella speranza di un rilancio della sua economia aveva scelto le larghe intese (con il Pdl assieme al suo Pd, ovviamente). La responsabilità. Sembravano destinati - e magari lo sono ancora, ma non adesso - a singolar tenzone Renzi il rottamatore e Letta il responsabile, uno fiorentino ed uno pisano, uno battutista e l'altro più freddo. Ed invece l'avvicinarsi della grande occasione, il colpo del ko al Cavaliere, la sua decadenza da senatore in attesa dell'interdizione ricalcolata dalla Corte di Appello, li ha resi, di colpo, alleati. Il Governo, son d'accordo Letta e Renzi, chiederà la fiducia ma per durare sino al 2015. Deve essere chiaro: nel Popolo della libertà si dovrà consumare una scissione e il Pd avrà il tempo di fare le sue primarie, di rimettere in sesto (o così si spera) l'economia, con uno dei suoi uomini di punta, Letta jr., premier e di giocarsi il futuro fra un paio di anni. E con un Silvio Berlusconi ormai archiviato dai servizi sociali od ai domicialiri. Dario Nardella, deputato renziano e in passato vicesindaco di Firenze, ieri ha detto che "è chiaro che non si possono fare strane tattiche o sotterfugi, raccattando qua e là qualche senatore. Ci deve essere una maggioranza chiara e ci devono essere delle motivazioni politiche forti". Il Governo, insomma, se otterrà la fiducia dovrà avere una prospettiva: quella detta, l'interesse dell'Italia e l'altra, non detta, scavallare Berlusconi, superare la sua era. Allora e solo allora si giocherà la tenzone in casa Pd, tra Letta e Renzi o tra chi ci sarà. Resta, certo, un interrogativo importante sul presente: quanto al rottamatore possa giovare l'attesa, continuando a fare il sindaco di Firenze (il suo mandato scadrà l'anno prossimo) e con Letta jr. sul podio di Palazzo Chigi. Il tempo in politica è un metronomo, sbagliarlo è come andare fuori spartito ad un concerto. I grandi leader sono sempre contemporanei, più avanti ma in sintonia con gli umori della gente: lo è stato Mitterrand nel capire che era venuto il tempo del socialismo, "la force tranquille"; Kohl nell'intuire l'idem sentire del suo popolo per la riunificazione tedesca. La Thatcher, in Inghilterra, per dare il via alla rivoluzione dei tories ed alla riforma dello Stato sociale. Certo il popolo del Pd scalpita, non ne può più di Berlusconi, con cui combatte da vent'anni, spesso uscendone sconfitto. La decadenza e la fine della sua agibilità politica incarnano un immaginario di centrosinistra covato per anni. Ma basterà questo a Renzi per giocare la sua partita, e vincerla, nel 2015 o quando sarà, da candidato premier? C'è un pezzo di Italia che con Berlusconi si è identificata, una base sociale stanca delle tasse e delle inefficienze. Delusa, certo, ma che attende la propria rivoluzione liberale da anni. Per intercettarla serve uscire dal Palazzo e dal Pd ed andarle incontro. Mettendosi in gioco. Perché oggi, con l'Italia che vive una fase drammatica ma anche storica - comunque vada a finire la conta sul Governo - non basta amministrare il presente per essere riconosciuto come un grande leader. È questione di emozione e di ragione. In fondo, come ha scritto Nicolò Machiavelli, nel Principe, "non c'è nulla di più difficile da gestire, di esito così incerto e così pericoloso da realizzare, dell'inizio di un cambiamento".
Ora Renzi diventa conciliatore
di Massimiliano Lenzi - Si comincia con la rottamazione e si finisce con la conciliazione. Quando ieri Matteo Renzi ha varcato la soglia di Palazzo Chigi per andare a pranzo dal premier e compagno...