Politica

Il Cav: niente fiducia a Letta E le colombe lasciano il Pdl

Alfano tenta la prova di forza e sostiene il governo Con lui solo 20 senatori. Marina pronta a guidare FI

Fiducia a Letta e rottura. La guerra interna del Pdl si chiude nel modo peggiore, con le colombe che lasciano Berlusconi per formare un nuovo gruppo e sostenere il governo e i falchi stretti attorno al Cavaliere. Il quale, dopo l’ultimo vertice serale con l’ala dei duri, ribadisce il suo no a Letta: il Pdl non voterà la fiducia. Alfano – pronto a dare vita a un partito che potrebbe chiamarsi Nuova Italia – potrebbe contare al massimo su una ventina di senatori: gli uomini di Quagliariello, quelli del segretario, Giovanardi e Compagna, alcuni ex di An – Augello, Aracri – i deputati calabresi, quelli siciliani e un gruppetto di campani. Manca invece tutto il gruppo di Renato Schifani che ha deciso di restare con Berlusconini di Renato Schifani. La giornata del Big Bang del Popolo della Libertà inizia per Berlusconi con un incontro a palazzo Grazioli con Denis Verdini, Gianni Letta, i capigruppo di Camera e Senato e l’avvocato Niccolò Ghedini. La tensione è già altissima, strascico del vertice notturno con Alfano nel quale il segretario aveva già fatto capire che sul no alla fiducia a Letta non avrebbe seguito il Cavaliere. Il primo incontro della mattinata dura un’oretta, fino a quando arriva proprio il vicepremier che resta da solo con Berlusconi per un faccia a faccia durissimo. Il leader dei moderati non cede di un millimetro, non vuole far cadere il governo. Spiega, ribatte, insiste che si tratta di una scelta folle che gli elettori non capirebbero. Berlusconi arriva a garantirgli pieni poteri nella nuova Forza Italia, mettendo da parte i falchi, sacrificando anche Daniela Santanché. La quale, dopo aver saputo dell’aut aut nei suoi confronti annuncia pubblicamente un passo indietro. Non senza polemica: «Mi risulta che il segretario Alfano ha chiesto la mia testa come condizione per mantenere l'unità del Pdl-Forza Italia. Detto che ciò dimostra la strumentalità della protesta in corso da parte dei nostri ministri dimissionari, non voglio offrire alibi a manovre oscure e pericolose. Pertanto la mia testa la offro spontaneamente al segretario Alfano, su un vassoio d'argento, perché l'unica cosa che mi interessa per il bene dei nostri elettori e dell'Italia è che su quel vassoio non ci finisca quella del presidente Berlusconi». Intanto, però, dal premier aumentano le pressioni sulle colombe. A palazzo Chigi sale prima Gianni Letta, alle tre, per incontrare Franceschini, mezz’ora dopo il premier riceve Alfano e tutti i ministri dimissionari. L’aria, ormai, è quella di una rottura: da una parte i moderati, le cui fila a palazzo Madama si ingrossano sempre di più, dall’altra i falchi, stretti attorno a Denis Verdini, decisi comunque a rompere con l’esecutivo. E con le colombe. Per Berlusconi inizia un altro lungo pomeriggio di consultazioni, telefonate a tutti i senatori del Pdl per capire chi è pronto a tradire e chi no. In campo lancia anche il nome della figlia Marina. Un’ipotesi stavolta reale, molto reale. E la primogenita, per far capire che stavolta non si scherza, ad alcuni parlamentari confida di scendere in campo «contro i traditori di mio padre». Intanto, con il Cav sempre chiuso a palazzo Grazioli, Alfano, finita la riunione a palazzo Chigi, alle cinque del pomeriggio lancia l’ultimo appello: «Rimango fermamente convinto che tutto il nostro partito domani debba votare la fiducia a Letta, non ci sono gruppi e gruppetti». E mentre Berlusconi, alle sei, riceve tutta l’ala dei duri a palazzo Grazioli, il segretario del partito riunisce ancora una volta i ministri. Da una parte e dall’altra inizia la «conta» su quanti sono i senatori del Pdl pronti a dare la fiducia a Letta. Quasi quaranta per le colombe, molti, molti di meno per i falchi. I quali, sempre capitanati da Denis Verdini, al Cavaliere cercano di far capire, elenco alla mano, che i traditori sono al massimo una decina. E che cedere adesso significherebbe non avere più possibilità di recuperare. A palazzo Grazioli, alle nove di sera c’è un vero e proprio gabinetto di guerra: ai falchi già presenti si aggiungono Daniela Santanché, Daniele Capezzone a Gianfranco Micciché, sottosegretario dimissionario e leader di Grande Sud. È l’ultima riunione di Berlusconi. Prima di decidere. E schierarsi con i falchi.

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