Politica

Larghe intese Ecco perché difendo Napolitano

di Francesco DamatoMi sarebbe piaciuto, leggendo ieri Giampaolo Rossi su Il Tempo, poterne condividere il giudizio liquidatorio sulla Presidenza e sulla persona di Giorgio Napolitano. Che invece...

Mi sarebbe piaciuto, leggendo ieri Giampaolo Rossi su Il Tempo , poterne condividere il giudizio liquidatorio sulla Presidenza e sulla persona di Giorgio Napolitano. Che invece considero il più einaudiano dei successori del liberale Luigi Einaudi al Quirinale, per quanto proveniente politicamente dal Partito Comunista. Dove tuttavia egli era stato un uomo sempre di minoranza, costretto con altri compagni a definirsi «migliorista» per il carattere dispregiativo che veniva attribuito alla definizione più propria di «riformista». Mi sarebbe piaciuto, dicevo, poter condividere il giudizio liquidatorio di Rossi perché mi e ci avrebbe consentito di dare una spiegazione semplice e diretta alla dannata complessità della crisi politica e istituzionale in corso in Italia, purtroppo aggravata dalle dimissioni dei ministri del Pdl dal governo di Enrico Letta. Dimissioni di cui, anche a costo di peccare d’ingenuità, mi auguro che il presidente del Consiglio voglia e possa favorire il superamento nel discorso programmatico annunciato per domani in Parlamento. Ma le cose non stanno, a mio avviso, come Rossi ha mostrato di considerarle addossando al capo dello Stato l’«errore» di avere fatto nascere questo governo e, prima ancora, di avere accettato la propria conferma a un ruolo, quello appunto di presidente della Repubblica, sproporzionato alle sue capacità. No, non stanno così le cose, come ben sa per primo, a dispetto dei giudizi che a torto o a ragione gli attribuiscono retroscenisti veri o presunti, l’uomo che Rossi dà l’impressione di ritenere ora danneggiato dalle scelte e dalla condotta di Napolitano, cioè Silvio Berlusconi. Fu proprio quest’ultimo, all’indomani delle elezioni politiche di fine febbraio, a caldeggiare la conferma al Quirinale di un Napolitano ben deciso a lasciare alla scadenza del proprio mandato. Tanto deciso da essere impegnato con la moglie e i collaboratori negli imballaggi per il trasloco quando i partiti, sfiancati dall’incapacità di trovargli un successore, andarono in fila a supplicarlo di lasciarsi rieleggere. E ne accettarono le condizioni, a cominciare da quella di deporre le loro risse per partecipare, di fronte a una vera e propria emergenza economica, finanziaria, sociale e politica, a un governo delle cosiddette larghe intese. Alla cui guida fu sempre Berlusconi a preferire l’allora vice segretario del Pd, pensando di coinvolgerne di più la forza politica, piuttosto che Giuliano Amato, cui Napolitano aveva invece originariamente pensato. Anche durante il suo primo mandato presidenziale Napolitano, pur tanto diverso e lontano da lui, è stato un elemento di apertura e garanzia per Berlusconi e il suo centrodestra. E non perché ne condividesse stile personale di vita e contenuti d’azione di governo, ma per il rispetto dovuto, sotto tutti gli aspetti, al consenso elettorale e parlamentare di cui il Cavaliere legittimamente godeva. Ricordo, fra l’altro, la pronta promulgazione, fra le proteste di Antonio Di Pietro e compagnia di giro, dello scudo giudiziario di Berlusconi rappresentato nel 2008 dal cosiddetto lodo Alfano, poi incorso nella imprevista e spiccia bocciatura della Corte Costituzionale. Ricordo inoltre il rinvio praticamente imposto da Napolitano al voto di sfiducia contro il governo Berlusconi tentato nell’autunno del 2010 dai finiani e fallito il 14 dicembre, dopo l’approvazione della legge finanziaria. Ricordo infine le elezioni anticipate negate da Napolitano, con il ricorso al governo tecnico di Mario Monti, nell’autunno del 2011, quando Berlusconi, aggredito dagli speculatori finanziari e giudiziari, rischiava di perderle di brutto. Per riuscire invece quasi a vincerle alla scadenza pressocché ordinaria dello scorso fine febbraio. Una cosa, questa, che la sinistra più cavernicola e faziosa ancora rimprovera al Quirinale.

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