Tutti a casa e pronti al voto. Lo strappo finale di Silvio Berlusconi si è consumato a metà pomeriggio, dopo aver parlato a lungo ad Arcore con i «falchi» Denis Verdini, Sandro Bondi e Daniela Santanché, con i figli e con Gianni Letta. Il Cavaliere ha ascoltato ma la sua decisione l’aveva già presa: basta con un governo che prima annuncia di non voler aumentare l’Iva e poi ci ripensa, basta restare in coalizione con un partito che vuole a tutti i costi farmi decadere. E basta con un presidente del Consiglio che mi lancia ultimatum e ricatti. Ma a scatenare la sua reazione pare sia stata anche la lettura del «Corriere della Sera» in cui si raccontava di una sua frase in cui spiegava di non voler scatenare una crisi. Il Cavaliere si è sentito raggirato, ha pensato a una manovra di qualche colomba per mandare all’esterno segnali rassicuranti, per forzare la mano. Insomma si è sentito preso in giro. E questo lo ha convinto definitivamente: ha attaccato a testa bassa e ha alzato il tiro: dopo le dimissioni dei parlamentari ora si devono dimettere anche i ministri. Cosa che è avvenuta dopo pochi minuti con una dichiarazione di poche righe di Angelino Alfano: «I ministri del Pdl rassegnano le loro dimissioni». È stata la resa del «capo» delle colombe, del segretario del Pdl che da mesi sta cercando di non far precipitare la situazione, compiendo una mediazione estenuante tra il governo e il Cavaliere. Una mediazione che ha tentato anche ieri, provando a resistere al «via tutti» di Berlusconi, spiegando che ritirare la delegazione al governo in questo momento non era la scelta giusta. Ma il Cav è stato irremovibile con la linea decisa in giornata proprio insieme a Verdini e a Daniela Santanché. Così, alle sei del pomeriggio da Arcore è uscita una nota durissima: «La decisione assunta ieri dal presidente del Consiglio dei ministri Enrico Letta, di congelare l'attività di governo, determinando in questo modo l'aumento dell'Iva è una grave violazione dei patti su cui si fonda questo governo, contraddice il programma presentato alle Camere dallo stesso premier e ci costringerebbe a violare gli impegni presi con i nostri elettori durante la campagna elettorale e al momento in cui votammo la fiducia a questo esecutivo da noi fortemente voluto». «Per questo – prosegue la nota – ho invitato la delegazione del Popolo della Libertà al governo a valutare l'opportunità di presentare immediatamente le proprie dimissioni per non rendersi complici, e per non rendere complice il Popolo della Libertà, di una ulteriore odiosa vessazione imposta dalla sinistra agli italiani». Un annuncio che in parte ha colto di sorpresa gli stessi ministri, convinti che almeno fino a martedì, quando Letta andrà alle Camere a chiedere la fiducia, ci sarebbe stato ancora spazio per trattare. Anche perché ieri mattina sembrava che il Pdl fosse addirittura disposto a votare la fiducia in Parlamento. Per questo, in pochi minuti, è partito un vorticoso giro di telefonate. Perché non tutti i ministri sono convinti al cento per cento che questa sia la soluzione migliore. Ma nessuno, almeno adesso, se la è sentita di tirarsi indietro. Così tutti insieme hanno deciso di affidare le dimissioni a una nota congiunta ufficiale firmata da Angelino Alfano, Nunzia De Girolamo, Beatrice Lorenzin, Maurizio Lupi e Gaetano Quagliariello: «A seguito dell'invito del presidente Berlusconi a dimetterci dal governo per le conclusioni alle quali il Consiglio dei ministri di ieri è giunto sui temi della giustizia e del fisco, non riteniamo vi siano più le condizioni per restare nell'esecutivo dove abbiamo fin qui lavorato nell'interesse del Paese e nel rispetto del programma del Popolo della Libertà». «Rassegniamo le nostre dimissioni – è la conclusione – anche al fine di consentire, sin dai prossimi giorni, un più schietto confronto e una più chiara assunzione di responsabilità». Una linea di rottura totale che non convince tutti i parlamentari. E a dar voce alle perplessità delle colombe ieri ci ha pensato Fabrizio Cicchitto: «Ritengo che una decisione di così rilevante spessore politico avrebbe richiesto una discussione approfondita e quindi avrebbe dovuto essere presa dall'ufficio di presidenza del Pdl e dai gruppi parlamentari».
«Via tutti i ministri» Silvio fa decadere Letta
Verso il voto Vertice ad Arcore con i «falchi» poi la decisione Inutile la mediazione di Alfano. La delegazione del Pdl si dimette
