Il rinvio c’è stato in Consiglio dei Ministri. Ma a differenza di quanto previsto non ha interessato l’Iva ma tutta la manovrina. L’acuirsi della crisi politica tra il presidente Letta e Silvio Berlusconi ha acceso gli animi nel corso della riunione a Palazzo Chigi. Risultato: il decreto che avrebbe spostato a gennaio il rincaro dell’aliquota massima sui consumi al 22% è rimasto chiuso nel cassetto. Ora i tempi sono molto stretti per porre rimedio. Il chiarimento politico in Parlamento è previsto lunedì o martedì. Dunque non ci sarebbero più i tempi tecnici per approvare la proroga dell’aumento. Il primo ottobre scatterà inesorabilmente il rincaro. Sarà un adeguamento automatico e non ci sarà più nulla da fare per i consumatori. Lo scherzo di Letta ci costerà un miliardo in più entro la fine dell’anno, e quattro nel 2014. Allo stato attuale difficile pensare a un cambio di scenario repentino. La valutazione che è stata condivisa alla fine del consiglio a Palazzo Chigi non lascia spazio ad altre possibilità. La fase di chiarimento politico di Governo e maggioranza che si è innescata travolge i provvedimenti economici che erano allo studio dell’esecutivo. Ora non si può dunque procedere con il decreto di correzione della manovra a cui si stava lavorando e se ne riparlerà dopo il chiarimento alle Camere, nell’eventuale fase di ripartenza dell’attività di Governo. In particolare Letta avrebbe ribadito che non si può impegnare il bilancio dello Stato senza certezza dell’azione del governo e del Parlamento. Una risposta al segretario del Pdl, Angelino Alfano, che nel corso della riunione avrebbe posto la sua condizione sul tema delle tasse: «Niente ipocrisie: non potremmo stare al governo se si aumentassero le tasse e non si tagliassero le spese». I segnali che arriveranno ai mercati già lunedì non sembrano i migliori. La manovrina contiene non solo il posticipo dell’aumento dell’Iva ma anche le misure e gli interventi per riportare il deficit rispetto al Pil sotto il 3%. Gli interventi solo per questo capitolo sono pari a 1,6 miliardi di euro che in gran parte sarebbero stati trovati con un rincaro delle accise sui carburanti. Una misura contestata proprio perché avrebbe spostato il mancato gettito dell’Iva con un aggravio dei costi sugli automobilisti. Insomma il decreto arrivato al Cdm non prometteva nulla di buono già così come era stato strutturato. Il provvedimento valeva in tutto circa 3 miliardi , la correzione applicata ai conti era di circa 1,5 miliardi, 330 milioni per coprire una nuova tranche di cig in deroga, risorse per rifinanziare le missioni militari e, appunto, un miliardo per sospendere l’aumento Iva. Le coperture necessarie per il decreto legge sarebbero state reperite attraverso l'aumento degli acconti Ires e Irap e delle accise sui carburanti. Secondo le stime contenute nella bozza l’acconto Ires sarebbe dovuto aumentare dal 101% al 103%, portando 534,4 milioni. Le modifiche avrebbero avuto effetto anche ai fini dell’Irap con un maggiore incasso di altri 372,2 mln, per un totale di 890 mln. Risorse in arrivo anche dall’aumento dell’accisa sulla benzina, con cui si contava di incassare 184,9 milioni.
Un miliardo di euro il prezzo del caos
Il Cdm non approva il decreto che prevedeva il rinvio dell’Iva Martedì prossimo l’aliquota al 22%. A rischio Cig e missioni all’estero
