Politica

Letta sfida Berlusconi e l’Italia paga il conto

Rissa in Cdm, il premier: «Un chiarimento o lascio». Stop ai provvedimenti economici

Non è ancora crisi solo perché manca la certificazione di un voto parlamentare, che potrebbe arrivare martedì. Ma di fatto da ieri sera il governo Letta non esiste più. Lo scontro sanguinoso consumatosi in Cdm, col premier e i ministri Pd da una parte e il vicepremier Alfano dall’altra, segna inevitabilmente la fine di un esecutivo che, in quasi cinque mesi, ha prodotto più risse che fatti. A dare l’accelerazione alla crisi è stato l’aut aut posto da Enrico Letta al termine di una giornata dominata da una ridda di consultazioni incrociate. E così quello che doveva essere un vertice di governo per licenziare importanti provvedimenti economici, il rinvio dell’aumento dell’Iva in primis, si è trasformato in una resa dei conti: «In questa situazione è necessario un confronto duro e netto - ha esordito il premier - io non vado oltre se non c’è un chiarimento. Le dimissioni in blocco dei parlamentari Pdl sono incompatibili con un’efficace azione di governo. O si rilancia o si va a casa perché non ho intenzione di vivacchiare. Quanto accaduto mentre io parlavo all’Onu è inaccettabile. Fino al chiarimento ci sarà un blocco delle decisioni economiche. Non si può impegnare un bilancio di svariati miliardi senza garanzia di continuità del governo». Tradotto in soldoni: lunedì 1° ottobre aumenterà l’Iva. E la colpa sarebbe di Berlusconi. Il cambio di passo del premier era stato concordato qualche ora prima con Giorgio Napolitano. Al Quirinale Letta era arrivato dopo aver incontrato il segretario Pd Guglielmo Epifani e aver parlato al telefono con il leader di Sc Mario Monti. Ma il vertice più importante era stato quello con Angelino Alfano, all’ora di pranzo. Il segretario Pdl aveva chiesto al premier di dilazionare almeno un po’ i tempi della decadenza di Berlusconi dal Senato, per tenere a freno i «falchi» del partito. Da Letta era arrivato un secco no. Era il segnale del redde rationem. Alle 18 il premier è salito al Quirinale per sottoporre a Napolitano la sua strategia: chiedere un chiarimento definitivo al Pdl su un programma da condurre in porto sino all’inizio del 2015, «senza se e senza ma», e successivamente chiedere sullo stesso tema un nuovo voto di fiducia al Parlamento, presumibilmente martedì. Dopo un’ora e mezza di colloquio Napolitano aveva dato il suo assenso totale. L’obiettivo del piano era addossare completamente al Cav le colpe della crisi e le nefaste conseguenze economiche, dall’Iva al «ritorno» dell’Imu. Anche per questo Letta aveva deciso di rinviare a dopo il chiarimento i provvedimenti che il Cdm avrebbe dovuto varare. A Palazzo Chigi, poi, la tensione l’ha fatta da padrona. All’ultimatum di Letta ha risposto Alfano: «Occorre mettere la questione giustizia nel chiarimento. Senza questo, ogni chiarimento sarebbe ipocrita» ha tuonato il vicepremier. Al quale ha risposto Dario Franceschini: «Per voi giustizia è sinonimo dei problemi giudiziari di Berlusconi». «Non è possibile barattare la durata del governo con il rispetto delle regole - ha continuato il ministro per i Rapporti col Parlamento - anzi nel programma del chiarimento dovrebbe esserci scritto "rispetto dello Stato di diritto"». A quel punto è stato Alfano a ribaltare il quadro, spostando il conflitto sull’economia e sul sostegno poco convinto dato dal Pd all’esecutivo: «Non potremmo stare al governo se si aumentassero le tasse e non si tagliassero le spese» ha avvisato, aggiungendo che «è stato il Pd, tra congresso e cecità antiberlusconiana, a cacciare il governo in questa situazione». Nel frattempo ai giornalisti veniva comunicato che la conferenza stampa del premier non ci sarebbe più stata e il confronto in Cdm proseguiva fino a poco prima delle 23. Al termine visi scurissimi. Saccomanni che si doleva per essere stato criticato «solo perché ho difeso le ragioni di bilancio». Delrio che confermava l’intenzione di Letta di chiedere un nuovo voto di fiducia e Lupi che, dopo un rapido giro di telefonate con i big del partito, attaccava: «Noi del Pdl non prendiamo lezioni di responsabilità da nessuno. È stato Letta a prendere la decisione di rinviare il discorso sull’Iva ». È già il tempo di rinfacciarsi le colpe. Se fosse un matrimonio, sarebbe il tempo di chiamare gli avvocati.

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