C’è un processo che non corre a passo di carica come quelli di Silvio Berlusconi, dove i diritti della difesa sono tutelati (come sempre dovrebbe essere), mentre dai verbali, a parte qualche minutaglia, non spuntano chilometri di intercettazioni recapitate ai grandi quotidiani o destinate alle docu-fiction di Santoro & Travaglio. Stiamo parlando del processo per lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena - il derivato Alexandria - aperto ieri e subito rinviato al 3 ottobre. Partiamo da due premesse. La prima: in ballo non è un semplice crac finanziario, perché c'è di mezzo anche un morto, il capo della comunicazione David Rossi che il 6 marzo si gettò dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni. E ieri la sua famiglia ha presentato alla procura generale l'opposizione alla richiesta di archiviare l'indagine per istigazione al suicidio: un'ipotesi terribile, e altrettanto scomoda. La seconda premessa: questo non è un fatto locale come la sinistra ed il Pd (stavolta unito nella lotta) vogliono far credere. Il Montepaschi è la terza banca italiana e per sostenerla lo Stato, cioè tutti noi, nel 2009 ha sganciato 1,9 miliardi di Tremonti bond, quasi la metà dei 4,05 erogati. Poi il governo Monti ha dovuto approvare alla vigilia del Natale scorso un secondo esborso di 3,92 miliardi, quasi l'Imu sulla prima casa. Quando la storia dei derivati marci era già più o meno nota nota, e certamente era nota al governo e alla Banca d'Italia la sottocapitalizzazione della banca "rossa": il che avrebbe impedito la restituzione anche di quel nuovo prestito. Infatti ora l'Unione europea chiede un aumento di capitale di 2,5 miliardi. Mettiamo dunque in fila le cifre: 1,9 miliardi del 2009, altri 3,9 nel 2012, altri 2,5 nel 2014. Oltre 8,3 miliardi, e siccome si parla ormai di nazionalizzazione, chi pensate che dovrà provvedere? Vediamo come si muovono la magistratura, la politica, i media. Innanzi tutto l'antefatto all'origine del crac: l'Mps è stato fino a ieri controllato con poteri assoluti dalla fondazione nella quale siedono Comune e Provincia di Siena. Cioè il Pci, poi i Ds, poi il Pd. Al punto che ogni sindaco ed ogni amministratore senese è stato anche dipendente o dirigente della banca, con lauti stipendi e pensioni. Tutto questo in deroga alla legge bancaria: la magistratura ha indagato su questa deroga? La sinistra, così sensibile alle incompatibilità del Cavaliere, ha mai eccepito su questa commistione tra politica e soldi? I talk show d'assalto? Ieri il neo-sindaco di Siena Bruno Valentini (del Pd) si è augurato che la ricapitalizzazione avvenga "il più tardi possibile per dar modo alla fondazione di sistemare i propri debiti". Insomma, la parola d'ordine è "sistemare". Andiamo avanti. Tutto è nato quando l'Mps ha comprato nel 2007 la Banca Antonveneta. Ma che banca era l'Antonveneta? Era una delle due protagoniste delle scalate bancarie: l'altra era la Bnl, oggetto delle mire dell'Unipol di Giovanni Consorte, quello della telefonata "Abbiamo una banca" con l'allora segretario Ds Piero Fassino (unico caso nel quale è stato condannato un giornale; cioè Berlusconi). E perché il Montepaschi ha comprato qualcosa che non poteva pagare? Non sarebbe interessante che qualche procura, oltre che sull'intendenza di manager e funzionari, buttasse un occhio su eventuali interessi politici? Ricapitoliamo. L'Mps costerà a tutti noi oltre 8 miliardi tra capitali freschi e prestiti passati in cavalleria. Settemila dipendenti dovranno essere mandati a casa. A giudizio ci sono attualmente tre imputati: l'ex presidente Giuseppe Mussari, l'ex direttore generale Antonio Vigni, l'ex capo finanza Gianluca Baldassarri. E i politici? Zero. In questo caso - come già accaduto per Filippo Penati a Milano - loro potevano certo non sapere.
Tutti alla sbarra tranne il Pd
di Marlowe - C’è un processo che non corre a passo di carica come quelli di Silvio Berlusconi, dove i diritti della difesa sono tutelati (come sempre dovrebbe essere), mentre dai verbali, a parte...