Politica

È la fine delle larghe intese

Non sono paragonabili a un nuovo Aventino, come qualcuno ha lasciato intendere, le ventilate dimissioni dei parlamentari del Pdl qualora venisse votata la decadenza di Silvio Berlusconi dal Senato. Non lo sono per un fatto evidente. Nel maggio del 1924 i deputati d'opposizione al governo fascista che decisero di abbandonare la Camera non pensavano alle dimissioni ma alla semplice astensione dai lavori parlamentari fino a quando il governo non avesse dato chiarimenti sulla scomparsa di Giacomo Matteotti. Poi, le cose andarono come andarono. Oggi la situazione è diversa. I parlamentari avrebbero davvero intenzione (alcuni, anzi, l'hanno già formalizzata ai capigruppo) di rassegnare le dimissioni. È uno scenario nuovo. E inedito. Con un forte impatto politico. Dalle conseguenze imprevedibili sul terreno istituzionale. Qualora questo scenario si realizzasse il Parlamento si troverebbe in uno stato di sostanziale delegittimazione, non solo e non tanto per un problema di "numero legale", quanto piuttosto per la mancata rappresentanza di una parte consistente del panorama politico. Anche se continuasse ad operare varando leggi, approvate di volta in volta con maggioranze mutevoli e provvisorie, il governo - ammesso e non concesso che possa sopravvivere - darebbe l'impressione di essere un governo di parte e non del paese. È vero, peraltro, che le eventuali dimissioni non sarebbero automaticamente esecutive perché, a termini di regolamento, dovrebbero essere discusse, accettate o respinte dalle Camere una per una con votazioni che, verosimilmente, paralizzerebbero l'attività parlamentare. Ed è anche vero che prassi vuole che esse, tranne in alcuni casi, vengano rigettate. Ma rimane il fatto politico. Le dimissioni sarebbero non soltanto, come ha dichiarato Antonio Martino, un gesto simbolico o una manifestazione d'affetto per Berlusconi, ma anche un atto che inciderebbe sulla funzionalità delle Camere e, al tempo stesso, colpirebbe il prestigio del Parlamento. Dietro l'angolo, lo voglia o non lo voglia il presidente della Repubblica, non ci sarebbe altra prospettiva che quella dello scioglimento delle Camere e di elezioni anticipate a breve. Che la minaccia del Pdl possa essere letta come una "pressione" per giungere a questo risultato lo ha fatto intendere, senza mezzi termini, il capo dello Stato definendo, anzi, "inquietante" una ipotesi del genere. Peraltro, lo stato di salute dell'esecutivo, al netto del problema della decadenza di Berlusconi, non è buono perché i suoi "azionisti maggioranza", Pd e Pdl, convivono come "separati in casa", con vedute completamente diverse di fronte ai nodi di politica economica e fiscale ormai in scadenza. È una convivenza alla lunga insostenibile e destinata a rompersi. Il capo dello Stato ne è consapevole, come consapevole ne è il presidente del Consiglio. Ed è proprio per questa consapevolezza che giungono sia la richiesta di Enrico Letta di procedere a una "verifica di governo" con un voto di fiducia finale sia le voci che attribuiscono a Giorgio Napolitano, fortemente irritato, l'intenzione di abbandonare la massima carica istituzionale. Ipotesi, quest'ultima, che non appare, però, percorribile perché lascerebbe il paese alla deriva, senza capo dello Stato, in un momento gravissimo e con un governo sull'orlo di una crisi di nervi. Al di là delle motivazioni che riguardano la sorte di Berlusconi, l'annuncio delle dimissioni in massa dei parlamentari del Pdl è, dunque, un atto squisitamente politico che alza la temperatura del confronto sino al limite di fusione e, pure, un de profundis sulle larghe intese che si riflette sull'asse Napolitano-Letta. Può darsi che, per usare le parole di Napolitano, ci sia "ancora tempo" per evitare il disastro. Ma non è detto.

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