Qui l’imbarazzo della scelta è solo fra chi la sta facendo o minacciando più grossa per scongiurare, da parte del Pdl, o per garantirsi, da parte del Pd e vecchi o nuovi compagni di strada, la decadenza di Silvio Berlusconi dal Senato a causa della sua nota condanna definitiva per frode fiscale. Ma il presidente della Repubblica se l’è presa ieri solo con l’annuncio "inquietante" dei parlamentari berlusconiani di dimettersi in massa se il loro leader dovesse essere sbattuto fuori da Palazzo Madama. Si può pure comprendere la paura sul Colle per il supplemento di guai istituzionali che procurerebbe l’abbandono protestatario di tanti senatori e deputati, ai quali potrebbero subentrarne altri della stessa parte politica prevedibilmente destinati anch’essi a dimettersi. Ma al Capo dello Stato, con la sua lunga esperienza parlamentare, spetta il dovere di dire qualcosa anche sugli strappi alla Costituzione che fanno o tentano quanti, fra suoi ex compagni di partito, grillini e falsi centristi, reclamano la decadenza di Berlusconi dal Senato come atto dovuto e basta. Mancando il quale si attenterebbe al cosiddetto Stato di diritto, ammesso che ne sia rimasto abbastanza dopo quello a rovescio - direbbe l’indimenticabile Leonardo Sciascia - prodotto dalla magistratura con tanti errori e invasioni di campo. L’articolo 66 della Costituzione, come qui- su Il Tempo - andiamo ricordando sin dalle prime battute di questa drammatica vicenda, assegna a ciascuna Camera il compito di "giudicare dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e incompatibilità". Giudicare significa fare appunto i giudici. E ai giudici, per quanto parlamentari, peraltro eletti "senza vincolo di mandato", come dice l’articolo successivo della Costituzione, non c’è partito o gruppo che possa legittimamente dare ordini o fissare la linea. Come stanno invece facendo il Pd e annessi o connessi, tanto decisi ad ottenere la decadenza di Berlusconi da liquidare come "traditori" i compagni che non dovessero votarla, e persino da reclamare turbo-modifiche al regolamento del Senato per precludere in aula la strada al voto liberamente segreto. Peraltro, senza che il presidente ex togato dell'assemblea Grasso se ne scandalizzi. O quanto meno rinunci a sorridere.
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