Per Franco Bernabè, classe 1948, banchiere e dirigente d’azienda si prospetta un finale di carriera accidentato. Lui, che ha guidato i destini di grandi aziende e parlato con i potenti del mondo, ieri non ha dato prova di saggezza quando, in un’audizione al Senato ha candidamente affermato che dell’operazione di riassetto di Telecom Italia, diventata spagnola, ha preso conoscenza solo «dalla lettura dei comunicati stampa». La prima reazione di chi lo ascoltava è stata quella dell’incredulità. Lui presidente operativo con deleghe forti, fra cui le strategie e le operazioni straordinarie, di un cambio gestionale di tale dimensione non è stato informato. Il sospetto si è fatto strada tra gli addetti ai lavori e non solo. O non la racconta giusta oppure non si è realmente accorto di quando stava accadendo. Per un manager della sua statura non si capisce quale sia la motivazione migliore. Una svista incredibile per un manager che, solo nel 2012, si è portato a casa uno stipendio ragguardevole. Tra fisso e variabile una cifra pari a 2,968 milioni di euro. Eppure quella sua frase ha forse definitivamente cancellato una parte importante dei suoi successi. Che partono dall’università di Torino dove è professore Franco Reviglio. Lo stesso che lo porta all’Eni e lo inserisce in quel nucleo di menti brillanti poi appellate con il nome di «Reviglio Boys». Al suo fianco nomi che faranno carriera e la storia d’Italia: Giulio Tremonti, Domenico Siniscalco e Alberto Meomartini. Nel gruppo del Cane a Sei zampe Bernabè diventa direttore generale, dopo avere aiutato l’ex ministro delle Finanze a liberarsi di tutto quello che non fosse petrolio o gas. Poteva finire lì. Ma nel 1992 Giuliano Amato trasforma tutti gli enti pubblici in società per azioni. Colpo di fortuna per Bernabè che si trova a fare l’ad di un colosso. È l’epoca di Raul Gardini, di Enimont e di Mani Pulite. E Bernabè dopo aver fatto pulizia di manager vecchio stile comincia a riassettare quello che resta dopo il ciclone. L’Eni rinasce e la cura del manager diventa un caso di studio. Nel 1998 cambio di scena. Bernabè arriva in Telecom. È il primo atto. L’azienda è stata appena privatizzata e affidata a un gruppo di azionisti che con una quota risibile la gestisce. Un vecchio modo di intendere l’economia allora ammesso solo perché a capo del «nocciolino» c’era un signore di nome Gianni Agnelli. Appena arrivato Bernabè però si trova sotto l’attacco dei corsari italiani, capitalisti senza denaro, che lanciano un’Opa con l’appoggio della politica. Sono Gnutti e Colaninno. Il nostro tenta la difesa proponendo una fusione con Deutsche Telekom. Bocciata. Lasciata Telecom si muove nella finanza. Nella prestigiosa Rotschild ottiene la carica di vicepresidente per l’Europa. Acquisisce relazioni e conoscenze importanti con abili frequentazioni. Dal Council on Foreign Relations alla sua filiazione Trilateral, dall’Aspen alle riiunioni del Bilderberg, per i teorici del complotto, il vero governo mondiale. Non può mancare la Cina con il suo ingresso in Petrochina il colosso energetico più ricco del mondo. Poi il ritorno alla Telecom, nel 2008, depauperata dalla gestione di Tronchetti Provera. È il secondo atto. Ma la cura Bernabè questa volta non funziona. Il debito non si abbassa. Le azioni che valevano 2,8 euro al suo ingresso scendono a 47 centesimi. Le agenzie di rating abbassano il giudizio. Una debacle continua. Fino all’arrivo degli iberici senza preavviso. Di sé ha detto che calcola tutti i dettagli di un’azione complessa. Questa volta non sembra essergli riuscito. La parabola ora è discendente. Gli resta una Telecom con nuovi padroni. Che dovranno confermarlo. Nella peggiore delle ipotesi si consolerà con l’arte moderna della quale è un appassionato.
Non poteva non sapere Anche lui come Silvio
La parabola di Bernabè, manager di successo che su Telecom spagnola rischia il ridicolo