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Belpietro: «L’Europa mi dà ragione, niente carcere per i giornalisti»

Valeria Di Corrado «Era una condanna ingiusta, che non stava né in cielo né in terra». Il direttore di «Libero», Maurizio Belpietro, era convinto che i membri della Corte Ue dei diritti dell’uomo...

«Era una condanna ingiusta, che non stava né in cielo né in terra». Il direttore di «Libero», Maurizio Belpietro, era convinto che i membri della Corte Ue dei diritti dell’uomo avrebbero accolto il suo ricorso contro la sentenza del Tribunale di Milano che lo aveva condannato a 4 mesi di reclusione per un articolo pubblicato nel 2004 su «Il Giornale» (quotidiano di cui allora era responsabile) e ritenuto diffamatorio dai procuratori Giancarlo Caselli e Guido Lo Forte. La Corte ha ricordato che la reclusione in carcere per un reato commesso nel settore della stampa non è compatibile con la libertà d’espressione, se non per circostanze eccezionali come l’incitazione alla violenza o all’odio razziale. Per questo ha condannato lo Stato italiano a versare a Belpietro 10 mila euro per danni morali e 5 mila euro per le spese legali. Ciò che ha stabilito la Corte di Strasburgo servirà da monito anche per altri casi di giornalisti italiani condannati al carcere? «Io credo che farà giurisprudenza. Anche perché la pena detentiva è in contrasto con l’articolo 10 della Convenzione sui diritti dell’uomo. I giornalisti possono commettere degli errori. Se sbagliano, è giusto che rettifichino. Ma non devono essere puniti con il carcere. Lo stesso criterio non viene applicato per i magistrati. Se un giudice commette un errore non viene punito non dico con la reclusione, ma nemmeno con una sanzione pecuniaria. E a volte neppure con un provvedimento disciplinare. Il giornalista, invece, rischia la galera, la condanna al risarcimento economico e il richiamo dall’Ordine. Anche se, a differenza del magistrato, non ha il potere di privare della libertà». La Camera riuscirà nei prossimi giorni ad approvare la riforma della legge sulla diffamazione a mezzo stampa? «Mi auguro che i parlamentari abbiano la stessa sensibilità dei membri della Corte di Strasburgo. Finora stanno discutendo di tutto tranne che di questo. È una legge folle, che non può stare in piedi. Basterebbe eliminare una sola riga: quella in cui si contempla il carcere per i giornalisti». Secondo lei il ricorso alle querele temerarie è un fenomeno in ascesa? «Sì, spesso questo strumento viene utilizzato per il suo potere intimidatorio. I giornalisti scrivono con sempre maggiore cautela, perché hanno paura di risponderne sia penalmente che pecuniariamente. Temono inoltre di essere messi in cattiva luce di fronte all'editore, chiamato a sostenere le spese legali». Quando a querelare sono dei magistrati, è giusto che a giudicare siano altri magistrati? «Servirebbe un giurì esterno alla magistratura. In questi casi, infatti, si finisce spesso per dare ragione al collega» .

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