Politica

Dall’aula al «Secolo». In sala d’attesa

Malgieri, Moffa, Landolfi e Bocchino sono tornati in redazione dopo la mancata elezione. Ma l’obiettivo è sempre il Parlamento

C’è una destra in fermento, che cerca di ricostruirsi dopo l’implosione del Pdl. E c’è un giornale di riferimento, il Secolo d’Italia , che si batte per resistere sul mercato in un periodo in cui il settore dell’editoria è in profondo rosso. Una lotta dura contro la crisi e una concorrenza spietata, il che vuol dire esuberi - oggi l’organico è di 14 giornalisti e tre poligrafici - e il doloroso addio alla carta. Nonostante il finanziamento pubblico (nel 2010 Il Secolo d’Italia srl, il cui socio di maggioranza è la Fondazione Alleanza Nazionale, ha incassato poco meno di 1,8 milioni di euro) far quadrare i conti è difficile per tutti. E ad alzare l’asticella dei costi da marzo a questa parte ci sono anche quattro «rientri» eccellenti in redazione. Si tratta di Gennaro Malgieri, Mario Landolfi, Silvano Moffa e Italo Bocchino. Oltre a essere giornalisti professionisti, i quattro hanno in comune l’esito - sfortunato - delle scorse elezioni. Malgieri e Landolfi si erano candidati col Pdl, Moffa con Popolo e territorio mentre Bocchino era il numero due di Fli. Rimasti fuori dal Parlamento sono tutti rientrati al Secolo , dove erano assunti e in aspettattiva per motivi politici come prevede la legge. In redazione, a quanto si apprende, si vedono poco ma va considerato che da quando il giornale è solo sul web il ritmo delle riunioni non è più quello di una volta e molti possono scrivere da casa. Eppure lo stipendio, giustamente, arriva. Nulla a che vedere con le cifre dell’indennità parlamentare di cui hanno goduto fino a ieri, però, dal momento che a eccezione di Malgieri che ha la qualifica di direttore, gli altri sono redattori ordinari e incassano un assegno mensile che oscilla sui 2mila euro. Cifre non elevatissime ma che fanno storcere il naso a più di un militante che si augura dalla tribuna dei social network almeno il beau geste dell’autoriduzione. «Noi siamo giornalisti professionisti e dopo l’esperienza parlamentare siamo tornati a lavorare come prevede la Costituzione», sostiene Mario Landolfi, deputato in cinque legislature ed ex ministro della Comunicazione. «Nemmeno le farneticazioni della falange anti-casta potranno scalfire il nostro diritto a rientrare legittimamente - continua - E poi per il periodo che sono stato in Parlamento i contributi me li sono pagati da solo e non ho il vitalizio. La protesta a prescindere non la capisco proprio». Sulla stessa lunghezza d’onda Gennaro Malgieri, che il Secolo l’ha diretto per undici anni. «In quel periodo ero parlamentare e per l’incarico al giornale non prendevo una lira - racconta - anzi, pagavo i contributi volontari. Era la prassi per i quotidiani di partito, da noi come all’ Unità . E poi l’aspettativa congela pure il Tfr». Malgieri è a pochi mesi dalla pensione: «Ma fino allora mica campo di rendita. È vero che prendevo lo stipendio da parlamentare, ma di soldi per la politica ne ho spesi tanti». Ad armare i contestatori c’è il fatto che ai quattro, prima deputati, poi giornalisti in un quotidiano finanziato dallo Stato, a pagare lo stipendio siano sempre i cittadini. «Quello che prende il Secolo equivale all’incirca alla metà dei costi - continua Malgieri - il resto ce lo mette la fondazione. Qualcuno si dimentica, poi, che io nel 1998 ho contribuito a rendere più rigidi i criteri per accedere ai contributi dell’editoria. Si pensi, invece, a quelli che rientrano alla Rai dopo una vita in Parlamento. Quella sì, che la pagano i cittadini. Eppure è giusto che tornino perché lo prevede la legge. Non facciamo i puritani». Italo Bocchino, che sul Secolo si firma Oreste Martino, ha preferito non commentare.

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