Politica

Autolesionismo, il male del Pd

di Gennaro Malgieri - È irresistibile l’autolesionismo che domina il Pd. Una specie di "male oscuro" che nessuno sembra riuscire a decifrare. Con il passare del tempo si accentua in maniera...

È irresistibile l’autolesionismo che domina il Pd. Una specie di "male oscuro" che nessuno sembra riuscire a decifrare. Con il passare del tempo si accentua in maniera preoccupante. Fatti loro, dei Democratici, intendiamo. Purtroppo sono anche fatti nostri. Per il semplice motivo che le sue tensioni, le guerre fratricide che lo dilaniano, la stessa incapacità di ritrovarsi e comportarsi come una forza politica responsabile sono elementi che si scaricano sul Paese che risente del suo logoramento provocato da bande di meschini oligarchi bramosi di potere. Sembrava che nel corso dell’ultima assemblea nazionale le regole congressuali, le nuove norme statutarie compreso l’accordo sulla fine dell’automatismo tra leader del partito e candidato alla premiership fossero state accettate e condivise, quando, a notte fonda, è saltato tutto. Le violente accuse tra correnti hanno impedito la conclusione ordinata dei lavori ed il Pd è ripiombato nella stessa cupa atmosfera che segnò la settimana tristemente memorabile dell’elezione del presidente della Repubblica, quando onorevoli traditori gettarono a mare prima Marini, poi Prodi. Credevamo che il punto più basso della parabola discendente del Pd fosse stato toccato allora. Ci illudevamo. Ed infatti, mentre i suoi capi e capetti si delegittimano reciprocamente, gli italiani fanno le spese delle loro devastanti e contradditorie opzioni su questioni tutt’altro che marginali come l’Iva e l’Imu, dimostrando di non avere la benché minima linea politica, ma neppure il senso dell’onore nel rispettare i patti stipulati al momento della formazione dell’esecutivo. Ossessionato dall’ombra, che in verità si fa sempre più corta, di Matteo Renzi, da tempo immemorabile "uomo nuovo" al punto che sta diventando vecchissimo e si presenta come un patetico raccontatore di barzellette, le fazioni avverse non sanno come fronteggiare il "guastatore" fiorentino che ha fatto i suoi conti senza tener conto di altre ragioni se non quelle che potrebbero giovargli per correre come segretario, presidente del Consiglio e perfino sindaco della sua città se i tempi delle primarie dovessero allungarsi, posto che la data dell’8 dicembre può sempre essere cancellata per sopravvenuti impedimenti tipo la non improbabile crisi di governo. Appesi all’uomo della "Ruota della fortuna", i piddini, dunque, stanno dando uno spettacolo penoso mostrando di tenere soltanto alle poltrone: chi ha sentito volare un’idea nell’ultima assemblea nazionale è pregato di alzare la mano. Male oscuro? Se lo chiedono in molti. In realtà il male è molto chiaro: il partito che avrebbe dovuto mettere insieme i residui del vecchio Pci ed i democratici progressisti (altrimenti detti cattocomunisti) che albergavano nella vecchia Dc è riuscito nella singolare impresa di azzerare le identità degli uni e degli altri senza creare una identità nuova nella quale tutti si potessero riconoscere. Da qui le faide tra vecchi post-comunisti e vecchi post-democristiani culminate nella orribile farsa ricordata dell’aprile scorso quando la politica italiana, per coprire i danni prodotti dal Pd ed in particolare dai "nuovisti" portati in Parlamento da Bersani, fu costretta a richiamare in servizio Napolitano. Il disprezzo da cui vennero coperti evidentemente non bastò. L’esperienza delle larghe intese ha messo in evidenza il peggio evidenziando doppiezze, idiosincrasie, vere e proprie incapacità ad elevarsi dalla palude partitocratica facendo prevalere le loro ridicole querelles interne. Se pensiamo che da qui a non molto, per disavventura, potremmo finire nelle mani di gente del genere che non sa governare se stessa, c’è da rabbrividire. Del resto un partito ( il Pds-Ds-Pd ) che dal 1989, caduta del Muro di Berlino e fine del comunismo, ad oggi ha divorato nove leader (Occhetto, due volte D’Alema, due volte Veltroni, Fassino, Franceschini, Bersani, Epifani dovrebbe far riflettere sulla inconsistenza di una classe dirigente che si fa "rottamare" tanto facilmente. In attesa del prossimo scontro, tra Renzi e Cuperlo, ultimi galli nell’infrequentabile pollaio di Largo del Nazareno. Dove dai "giovani turchi" ai vecchi in soffitta, tutti tentano di salvarsi la coscienza addebitando la crisi al Cavaliere, sintesi di tutti i guai italiani. Ma ci facciano il piacere, direbbe il grande principe De Curtis…

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