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E Letta minaccia: «Se cado torna l’Imu»

Da Nord a Sud. Dopo le tre tappe nel settentrione - Torino, Milano e Caorle - ieri a Bari e a Chianciano, alla festa dell’Udc. Sembra una sorta di tour elettorale, quello del presidente del...

Da Nord a Sud. Dopo le tre tappe nel settentrione - Torino, Milano e Caorle - ieri a Bari e a Chianciano, alla festa dell’Udc. Sembra una sorta di tour elettorale, quello del presidente del Consiglio Enrico Letta, un giro per l’Italia per attirare consensi. Ma il premier lo spiega più volte, «non sto lavorando per un nuovo governo» o per le elezioni ma l’obiettivo è quello di concentrarsi sulla ripresa e sulle riforme fatte e quelle da fare. «Letta Bis? Io non faccio nulla che abbia a che vedere con giochi politici che mettano in difficoltà la tenuta del governo», ha detto a Chianciano. «Dal clima di stabilità o di instabilità dell esecutivo dipende tutto - ha continuato Letta - e se non c’è la stabilità, noi non ce la caviamo». Il premier per il momento non teme la spallata. «Io penso che nessuno si prenderà la responsabilità di mandare all’aria il governo», perché una del genere avrebbe delle implicazioni troppo gravi e gli italiani - alle urne - non perdonerebbero. «Bisogna spiegargli perché non si faranno tutte queste cose», ha chiarito Letta col chiaro riferimento all’abolizuione dell’Imu e al piano scuiola. «Se il governo cade, i decreti non verranno convertiti e quindi i cittadini dovranno pagare» la tassa sulal casa, ha sottolineato il premier. «Anche il decreto scuola sarebbe messo in pericolo», ha continuato il premier che preferisce guardare avanti, soprattutto alla Legge di stabilità. «Ci sarà un taglio del costo del lavoro con un intervento sul cuneo fiscale per far ripartire consumi e economia», ha assicurato Letta. Questo qualora il governo resti in sella, altrimenti «la scriveranno a Bruxelles - ha avvertito - Per un motivo molto semplice: che abbiamo la stessa moneta degli altri Paesi Ue». E dunque legge di stabilità «la scriveremo noi, non Bruxelles, perché non siamo più sorvegliati speciali» grazie ai provvedimenti varati dall’esecutivo «a dispetto di quel che dice qualcuno, cinque mesi di fatti e non di annunci». Sulla stabilità del governo, però, pende la spada di Damocle del voto sulla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi. «Sono assolutamente convinto che mercoledì», quando la Giunta delle elezioni e delle immunità del Senato dovrà votare, «non capiterà nulla che metterà in crisi il governo», ha riobadito, senza però entrare nel merito della polemica sul voto segreto in Giunta chiesto dal Movimento 5 Stelle e rilanciato da Luigi Zanda, presidente del gruppo del Pd al Senato. In mattinata Letta era intervenuto alla Fiera del Levante di Bari, dove ha ribadito l’importanza del Sud nell’agenda del governo. «Il Paese ha bisogno di cambiamento radicale, non ho accettato questo ruolo con la logica della manutenzione ordinaria»,ha detto il premier che ha lanciato un altro avvertimento: «L’Italia è in bilico, il successo deve partire dal Sud, laddove la difficoltà è più evidente. Pensare checi possiamo salvare senza il Meridione è una strategia che io rigetto e che combatto con tutte le mie energie. Basta bugie, servono fatti e non promesse, io continuerò a combattere con tutte le mie forze». Ma non ci sono «ricette miracolose, annunci choc o uomini della provvidenza», soprattutto per risolvere Meridione. «Dobbiamo cominciare a dire la verità, togliere la testa dalla sabbia», finirla con «la sindrome dello struzzo» ma servirà tutta «la forza possibile» per «rilanciare lo sviluppo, partendo dal taglio del costo del lavoro». Sul tavolo non poteva mancare il duello a distanza con il rottamatore del Pd. «Non esiste per me un problema Matteo Renzi. Non mi sono offeso per la sua battuta sulla seggiola cui sarei attaccato», ha detto il premier con riferimento alla considerazione del sindaco di Firenze per il quale Letta sarebbe più «attaccato alla seggioal che al Paese». Il premier, invece, l'ha presa diversamente per l'accostamento a Mazzola in paragone tra il dualismo Letta-Renzi a quello mitico Rivera-Mazzola: «Questo mi ha fatto arrabbiare davvero: io sono milanista e riveriano», ha detto il premier sorridendo. Renzi seppellisce, per il momento, lascia di guerra. «Oggi (ieri, ndr) faccio un fioretto, cioè di non intervenire in replica a ciò che dice il presidente del Consiglio, a cui voglio dare lealmente una mano».

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