«Era la primavera bellissima del 1994 e io ero un ragazzo di 23 anni. Vidi in televisione un imprenditore che aveva passione per la libertà e tanta voglia di cambiare il Paese. Vedendo quell’uomo decisi unilateralmente , perché non lo concordai con il presidente Berlusconi perché lui era alla televisione e io lo guardavo dall’altra parte della televisione, di aderire a Forza Italia». Tutte le difficoltà di Angelino Alfano erano intuibili già allora, il 1° luglio 2011. Quando, emozionatissimo, pronunciò dal palco del Consiglio nazionale del Pdl il discorso d’insediamento alla segreteria del partito. Berlusconi ne aveva appena proposto la nomina per acclamazione e tutta la sala - fatta eccezione per un solo voto contrario - si alzò per applaudirlo. Eppure Angelino, consapevole dei rischi di un’investitura simile, provò subito con quell’« unilaterlamente » a far capire a tutti che lui, sì, era stato scelto personalmente dal Cavaliere. Ma aveva una testa propria, avrebbe preso decisioni autonome, avrebbe traghettato quello che era - ed è rimasto - un partito personale nella grande famiglia del popolarismo europeo. Di presagi non favorevoli, in quel discorso, ce n’erano tanti. «Intendo ringraziare di cuore i tre coordinatori, Verdini, Bondi e La Russa, perché se loro si fossero impuntati forse noi oggi non saremmo qui a dire che il nostro partito ha un segretario politico nazionale». Il più verace di quei coordinatori, Denis Verdini, quella nomina in realtà non l’ha mai digerita fino in fondo. E da allora non ha fatto nulla per nasconderlo. Perché il partito che sognava Alfano, quello che «non è più 70% Forza Italia e 30% An, ma 100% Pdl», probabilmente non è mai esistito. Si è trasformato in qualcosa di diverso, un coacervo di correnti da far invidia al Pd. Tra le quali la «colomba» Alfano ha fatto molta fatica a restare a galla. Se Angelino Alfano resiste da oltre un biennio alla guida del Pdl lo deve quasi solo all’affetto di Silvio Berlusconi. Che al di là dell’uscita sul «quid» che il suo delfino non aveva o delle innumerevoli volte in cui si è trovato in disaccordo con lui, ad Angelino ha voluto bene. Ma ci sono leader per i momenti di pace e leader per i momenti di guerra. E in una politica italiana che vive dello scontro permanente, il momento per il «dialogante» Alfano rischia di essere rimandato sine die. Il segretario ce l’ha messa tutta per affrancarsi dal padre padrone. Ha condotto tante battaglie, spesso le ha perse. Principalmente quelle elettorali. Le amministrative 2012 erano il primo banco di prova per misurare la sua leadership, riuscì a perderle persino nella sua Agrigento, dando fiato all’esercito di falchi, dalla Santanché all’eterno avversario Verdini, per dire che «con quello lì non andiamo da nessuna parte». Provò a rifarsi con le primarie, il mantra dell’autunno 2012. Arrivò a fissare anche una data, il 16 dicembre, e si racconta che in un infuocato ufficio di presidenza riuscì persino a mettere in minoranza il Cav. Ma anche quello fu un successo effimero. Il ritorno in campo di Berlusconi lo costrinse al più clamoroso dei dietrofront, consegnandolo ancora una volta al sarcasmo dei colleghi e all’ironia del web. Tentò l’ennesimo smarcamento con Italia Popolare, la costola del Pdl che avrebbe voluto consegnare a Monti la guida dei moderati, ma anche in quel caso Silvio mandò tutto all’aria. L’unico - parziale - successo Angelino lo ottenne al momento di stilare le candidature per le Politiche 2013. Fin dal suo insediamento aveva promesso un partito degli onesti, e così all’idea di inserire nelle liste i vari Cosentino e Dell’Utri fece finalmente pesare il suo ruolo. «O io o loro» tuonò. Il Cav lo accontentò. Ma il terzo nome presente nella lista di proscrizione, ancora e sempre Denis Verdini, rimase al suo posto. Venne il governo delle larghe intese e quello sembrò finalmente il momento della riscossa per Alfano. Che per il bene della causa si fece addirittura in tre: segretario del Pdl, vicepremier e ministro dell’Interno. I suoi avversari, però, lo aspettavano al varco. Il «caso-Shalabayeva», che consegnò alle cronache l’immagine di un ministro inconsapevole di quanto accadeva nelle sue stesse stanze, fu la prima occasione per dire che «Angelino non può fare tutto, lasci almeno la guida del partito». Poi sono arrivati i venti di crisi sulla decadenza di Berlusconi. E con essi i sospetti di «intellighenzia col nemico». I falchi sono tornati a volare minacciosi. Nonostante il segretario ribadisse in tutti i modi la fedeltà al capo. Nonostante il pianto davanti allo stato maggiore del partito all’indomani della condanna che potrebbe estromettere Berlusconi dalla vita politica. Lacrime simili, eppure diverse, a quelle versate nell’estate 2012 quando Berlusconi annunciò per l’ennesima volta il suo ritorno in campo e Angelino vide tramontare definitivamente la sua candidatura da leader del centrodestra. In questi giorni confusi e difficili Alfano ha dovuto sopportare anche un’ultima onta. L’essere stato l’ispiratore di quella che sarebbe diventata la legge Severino. «L’approvazione del provvedimento sulla incandidabilità nasce da una legge il cui primo firmatario è il sottoscritto», spiegò all’epoca. «Non abbiamo alcuna difficoltà a riconoscere il decreto incandidabilità e non vi è alcun nesso con Berlusconi, che ha voluto questo ddl e ha la certezza di essere assolto». Che gaffe...
Angelino, pontiere instancabile tra il governo e il Cavaliere
Carlantonio Solimenec.solimene@iltempo.it «Era la primavera bellissima del 1994 e io ero un ragazzo di 23 anni. Vidi in televisione un imprenditore che aveva passione per la libertà e tanta voglia...
