I dati Istat sulla produzione industriale sono stati una doccia fredda per quanti trionfalmente vedevano il Paese già in ripresa. L'Italia resta in crisi, a luglio la produzione industriale ha subìto una nuova diminuzione dell'1,1 per cento. Siamo ancora nel tunnel. A parole eravamo fuori, nei fatti siamo ancora al buio. La contraddizione non deve stupire, da mesi la politica italiana vive più di annunci che di fatti, di formalità piuttosto che di contenuti. Caso emblematico è lo scioglimento delle Province. Ci sono ancora. E così la stessa auspicata stabilità diventa poco più che una occupazione di alcune poltrone e non una continuità di azione verso la realizzazione di un progetto. Ricordiamo i governi della Prima Repubblica. Avevano una durata media inferiore all'anno, eppure c'era molta più stabilità di quanto si pensi. Sono stati molti gli esecutivi che si sono alternati negli anni '60 eppure il progetto delle autostrade è stato portato avanti. Così come le nazionalizzazioni. Il governo di larghe intese poteva essere l'occasione per avviare un progetto ambizioso su alcune grandi trasformazioni. La grande coalizione tedesca era basata su un programma concordato anche nei particolari, la Germania alla fine di quell'esperienza si è trovata in una situazione migliore. Da noi le grandi riforme per un reale rilancio del Paese sono solo annunci. La scure per eliminare sprechi e privilegi solo un sogno. Eppure mai come ora sarebbe stato possibile intraprendere un coraggioso cammino con la forza giusta per stroncare tutte le resistenze burocratiche e di potere. Ma come può avvenire questo con un esecutivo perennemente in bilico, precario fin dalla nascita e dopo pochi mesi già condannato a cadere? Speriamo di non dover rimpiangere una grande occasione persa. Eppure formalmente c'era tutto perché potesse agire. Larga maggioranza e parole di incoraggiamento da parte dei leader. Una squadra di governo rinnovata e capace. Ma i fatti? È questo il vero male dell'Italia. Siamo troppo invischiati in convegni, analisi, sondaggi, elaborazioni di centri studi. Abbiamo trasformato la politica in un grande salotto televisivo. Tutto resta a livello di parole, discorsi da bar nobilitati da dotte analisi e interlocutori autorevoli. Ma sempre e solo parole restano. E i fatti? La ricerca della formalità senza concretezza ha sede naturalmente nei partiti. Restiamo alla cronaca. Nel Pdl la difesa del seggio senatoriale di Berlusconi è diventata una priorità assoluta, più del governo del Paese. Giusto difendere il proprio leader, ma se non è una semplice testimonianza di fedeltà, deve anche poter arrivare a dei risultati. Non ci vuole un genio per sapere che la decadenza di Berlusconi è solo questione di settimane o al massimo di mesi. Perché è chiaro che il Pd non potrebbe votare diversamente sia in giunta che in aula, al massimo può accettare di perdere tempo. Ma a quale scopo? Inoltre fra pochissimi mesi è altamente probabile che scatterà l'interdizione di Berlusconi dai pubblici uffici per tre anni. E allora la questione si riproporrà e stavolta sarebbe difficile trovare scappatoie verbali. Comprensibile la rabbia di vedere il Pd liberarsi del proprio avversario senza averlo battuto davanti agli elettori, ma la sostanza non può essere cambiata. Così la battaglia del Pdl diventa solo un fatto formale dall'esito concreto assai discutibile. Il Cavaliere perderà il seggio anche se ci sarà la crisi. E, soprattutto, la crisi farà bene al centrodestra? Non fa eccezione al culto della forma il Pd. Mentre gli italiani vorrebbero ascoltare una ricetta politica da un partito candidato a guidare il Paese, lo scontro avviene sulle date e sulle regole del congresso. Tante menti al lavoro convinte che Renzi sia il leader che può catturare voti e vincere le elezioni. Si stanno schierando anche i rottamandi, quelli che nove mesi fa lo avevano bloccato preferendo un presunto usato sicuro, ma soprattutto la continuità. Oggi non sono stati convinti dal sindaco di Firenze, ma dal fatto che una sconfitta potrebbe rottamarli sul serio. Così meglio Renzi, ma con paletti e vincoli. Vincente ma non troppo. Resta la domanda: cosa vuol fare il Pd se e quando sarà al governo? Su quali grandi punti ideali, valori, progetti c'è scontro o intesa? Inutile cercare. Non ne troverete traccia. Il rinnovamento, il cambiamento, rischiano di rimanere solo parole. La vera grande riforma da compiere è quella della concretezza, di stabilire una linea di continuità tra l'annuncio e l'azione. Si farà mai?
Una politica senza concretezza
di Giuseppe Sanzotta - I dati Istat sulla produzione industriale sono stati una doccia fredda per quanti trionfalmente vedevano il Paese già in ripresa. L'Italia resta in crisi, a luglio la...